martedì 20 giugno 2017

Le cause dello tsunami del 17 giugno lungo la coste occidentale groenlandese


Dopo una serie di incertezze, finalmente è chiaro cosa abbia provocato le onde anomale che hanno colpito alcuni villaggi di pescatori lungo la costa occidentale della Groenlandia: il motivo è stato una frana su un pendio a picco, sul mare a pochi km di distanza dal villaggio 

Domenica pomeriggio 18 giugno è arrivata la notizia che un villaggio in Groenlandia era stato colpito da una onda anomala che ha fatto 4 dispersi e distrutto almeno 11 case. Altri villaggi sono stati interessati più marginalmente dal fenomeno.
C’è stata un po' di confusione perché proprio la stessa domenica mattina un evento sismico di M 5.0 si è prodotto sulla Reykjianes Ridge, il segmento a sud dell’Islanda della dorsale medio – atlantica. E quindi avevo localizzato il problema sulla costa orientale, quella atlantica (non sono stato il solo a commettere questo errore, in diversi siamo stati traditi dalla presenza di questo terremoto..)
Quello però che destava qualche perplessità (qualche..) era la Magnitudo, manifestatamente troppo bassa per provocare uno tsunami di suo.
Era quindi stato ipotizzato che il terremoto avesse innescato una frana sul fondo marino della Reykjianes ridge: ci sono esempi anche molto recenti di tsunami associati ad eventi sismici non sono provocati direttamente dal movimento del fondo marino, ma da frane indotte dallo scuotimento, ad esempio in occasione del terremoto  M 7.2 del 2 settembre 1992 in Nicaragua e del terremoto M 7.0 del 17 luglio 1998 in Nuova Guinea, per non andare sul terremoto di Messina del 1908, di cui parlai a suo tempo qui
Il problema è che siamo sempre su magnitudo ben più importanti di questa ed era ancora più realistico pensare, quindi, che lo scuotimento provocato dal sisma avesse innescato il crollo sul limite di un ghiacciaio già pronto a generare iceberg di suo.

Poi è venuto fuori che il villaggio interessato dalle onde anomale era Nuugaatsiaq, nella baia di Baffin e quindi dalla parte opposta della Groenlandia. Pertanto il terremoto sulla Reykjanes non poteva avere niente a che fare con il fenomeno.

I dati dell’iris Earthquake Browser mostravano un evento sismico più o meno al centro della baia di Baffin, successivamente cnacellato. Purtroppo non ho conservato la schermata e quindi non ho testimonianza al riguardo (e non saprei se sia possibile recuperare la videata sulla cache del PC, io non lo so fare di sicuro). Negli appunti ho segnato una M di 4.6, il che, ovviamente, faceva lo stesso pensare ad un distacco di un iceberg che era già pronto a succedere, semplicemente innescato con leggero anticipo dalle onde sismiche di quell’evento.
Però anche in questo caso c’era qualcosa che non tornava: il distacco di un iceberg dovrebbe produrre un “terremoto glaciale”.

I TERREMOTI GLACIALI. Durante il distacco violento degli iceberg che mentre lo fanno si capovolgono, si producono delle onde sismiche con caratteristiche particolari, tali che è stata istituita una classe apposta di terremoti, i  “terremoti glaciali”: emissioni di onde sismiche a lungo periodo che risultano in eventi di M fino a 5 e che sono registrati da tutte le reti sismografiche mondiali. Un’altra caratteristica tipica di questi terremoti è la durata: l’emissione può persistere per parecchie decine di secondi (anche oltre il minuto), caso nettamente diverso da quello dei classici sismi tettonici di magnitudo paragonabile.

La Groenlandia non è molto abitata e le distanze sono enormi, per cui ci sono poche testimonianze dirette della formazione degli iceberg e della relativa generazione di terremoti. Un lavoro recente ha finalmente fatto luce sul fenomeno. I ricercatori hanno posto telecamere, sismografi e sensori  GPS sul fronte del ghiacciaio Hellheim, lungo la costa atlantica della Groenlandia meridionale [1].  È stata notata una precisa coincidenza fra terremoti glaciali e distacchi di iceberg, questi ultimi ampiamente documentati dai dati GPS. Le onde sismiche appaiono generate dal riassetto del ghiacciaio dopo la perdita dell’iceberg.
I rapidi cambiamenti nella dinamica dei ghiacciai groenlandesi sono associati all’aumento della produzione di iceberg e dei terremoti glaciali. Questi ultimi costituiscono le spie dell’avvenuto distacco degli iceberg e quindi non è un caso se negli ultimi 20 anni sono aumentati sette volte e la loro area di produzione si sta espandendo verso nord (un’altra ampia riprova del riscaldamento globale).
Un filmato mostra cosa può succedere anche per un distacco minimo di ghiaccio.

COSA È SUCCESSO A NUUGAATSIAQ? La cosa strana però che non è stato registrato nessun terremoto glaciale e questo avrebbe dovuto essersi prodotto indipendentemente dal fatto che il distacco dell’iceberg sia stato accelerato da quella scossa nella baia di Baffin o no, 
Successivamente però l’evento nella Baia di Baffin è stato cancellato ed è stato sostituito da un evento sismico di M 3.9 lungo le sue coste groenlandesi, che secondo USGS è direttamente dovuto ad una frana.
Il sisma è stato indicato come avvenuto alle 23.09 UTC del 17 giugno 2017 (le 21.09 ora locale), mentre la BBC riporta che la chiamata ai servizi di emergenza è arrivata alle 22.15 circa.

Fra domenica e lunedì molti commenti erano improntati ad incertezza sulle cause del fenomeno, poi finalmente si è capito effettivamente l'accaduto.

La rettifica dell’epicentro poteva far supporre di essere davvero davanti ad un terremoto glaciale e che la posizione indicata precedente fosse un errore dovuto al trattamento automatico delle caratteristiche delle onde sismiche. Anche la profondità dell’evento è segnata come “zero”. 
Ed in effetti si è trattato di una “semplice” frana che ha provocato uno tsunami, un po' come è avvenuto a Stromboli il 30 dicembre 2002.
La frana si vede molto bene nelle immagini e nel filmato riportati dal buon Petley nel suo Landslide blog. È avvenuta sulle coste del Karrat Fjord, come indicato nella carta qui accanto.



L’area è contraddistinta da un rilievo particolarmente energico, con vette alte fino a 2000 metri e dalla geologia particolarmente complessa [2], con rocce di vario tipo, fra le quali si segnalano argille, arenarie non completamente litificate e letti di carbone mesozoici, coperti da lave paleoceniche prodottesi durante l’apertura della baia di Baffin. Non è molto chiaro dalle immagini ma la frana sembrerebbe essersi prodotta proprio nelle arenarie 

il fronte della frana del Karrat Fjord, da un video postato da Dave Petlety


la frana del 2000 a Paatuut, da [3]
Una zona molto vicina era stata interessata da un evento analogo il 21 Novembre 2000, quando il villaggio di Saqqaq è stato colpito da onde anomale. La frana avvenne in località Paatuut, e dovrebbe essere stata causata dalle condizioni meteorologiche dei giorni precedenti, dove il freddo aveva ghiacciato dell’acqua in fratture preesistenti [3].

Quindi lo tsunami che ha colpito la costa groenlandese è stato innescato da una frana su una montagna praticamente a picco sul mare e non dal distacco di un iceberg come poteva essere ipotizzabile.


[1] Murray et al (2015) Reverse glacier motion during iceberg calving and the cause of
glacial earthquakes Science 349, 305 – 308
[2] Dam 2002 Sedimentology of magmatically and structurally controlled outburst valleys along rifted volcanic margins: examples from the Nuussuaq Basin, West Greenland Sedimentology 49, 505–532
[3]  Dahl-Jensen et al 2004 Landslide and Tsunami 21 November 2000 in Paatuut, West Greenland Natural Hazards 31, 277–287

domenica 18 giugno 2017

L'Uomo è arrivato nelle Americhe prima di quello che si riteneva qualche anno fa. Parecchio prima


Questi ultimi anni stanno rivoluzionando la storia umana, da quella più antica, con Homo naledi e le ultime scoperte di Hublin sull’età dei primi sapiens, a quella più recente del continente americano, dove alcuni lavori usciti qualche mese fa retrodatano l’arrivo di esseri umani nel continente americano ben prima (e parecchio prima), non poche migliaia di anni prima dei canonici 15.000 anni fa come alcuni darti facevano supporre, ma molto, moto tempo prima. Ho aspettato a parlarne di proposito: volevo farlo solo adesso perché voglio dedicare questo post ad una persona per me molto speciale e cioè il prof. Brunetto Chiarelli. Un grandissimo scienziato, uno dei più importanti antropologi del XX secolo e personaggio che si è speso per il superamento di quella barriera che principalmente nel nostro Paese il mondo umanistico, da Croce in poi, ha eretto nei confronti della Scienza, considerandola cosa minore, nonché uno dei miei maestri. Confesso che una delle più grandi soddisfazioni morali della mia attività scientifica è stata quando il prof. Chiarelli mi ha detto “a questo punto mi dai ancora del Lei?” Ieri sera gli è stato conferito il Premio Zangheri per la sua carriera e lo abbiamo festeggiato in occasione del suo ritiro definitivo dall’università. Non potevo quindi esimermi da scrivere un post su uno dei tanti argomenti su cui abbiamo discusso tanto insieme. Il popolamento delle Americhe è fra quelli più “gettonati” e ne parlo quindi volentieri in questa occasione, dopo comunque averne parlato già diverse volte su Scienzeedintorni. 

L'UOMO E LE AMERICHE. Per la maggior parte degli scienziati non ci sono dubbi: Homo sapiens è arrivato nelle Americhe meno di 20,000 anni fa provenendo dalla Siberia e prima di questa data nessun ominine aveva calcato il suolo del Nuovo Mondo. Ci sono delle proposte a proposito di un contributo genetico proveniente dalla Polinesia: alcuni genomi brasiliani derivano da DNA polinesiani [1], ma non è chiaro se questa ascendenza si sia verificata in età precolombiana, e quindi derivi da polinesiani che hanno raggiunto l’America meridionale durante la loro espansione nel pacifico, oppure se questi movimenti siano avvenuti a causa di spostamenti promossi da europei dopo il XVII secolo [2]. La scoperta di resti di galli tipicamente polinesiani lungo la costa del Cile centrale e la presenza di parata dolce e di una zucca tipiche dell’America meridionale nell’isola di Pasqua è un particolare intrigante che dimostra almeno dei rapporti commerciali fra pasquani e nativi del Sudamerica [3]  (ne avevo parlato a proposito del popolamento dell’isola di Pasqua). 
Questo convincimento è giustificato dalla mancanza di evidenze chiare della presenza umana prima di 15,000 anni fa nelle pianure dell’America settentrionale, sia dal punto di vista archeologico (mancanza di reperti) come dal punto di vista genetico: il DNA mitocondriale dei nativi americani mostra appena 5 linee fondatrici con una antenata comune vissuta fra 15 e 18.000 anni fa [4]. 
Ho detto per la maggior parte dei ricercatori, soprattutto per chi non si occupa specificamente della materia perché tracce anteriori (sia pure non di tantissimo) sono indicate da altri addetti ai lavori, pur senza una accettazione generalizzata della cosa.
Comunque sulla questione dell’origine dei nativi americani ci sono ancora molte questioni aperte: si tratta di una piccola popolazione fondativa da cui discendono tutti gli amerindi, ma al suo interno questa popolazione ancestrale doveva essere piuttosto complessa, con grandi scambi tra essa ed altre componenti euroasiatiche [5]. 

I ritrovamenti di ossa di proboscidati con tracce di macellazione
prima dell'ultimo massimo glaciale
PRIMA DELL'ULTIMO MASSIMO GLACIALE LA COLONIZZAZIONE DELLA SIBERIA (E DELL'ALASKA?). Il periodo caldo tra 70 e 30 mila anni fa ha permesso agli esseri umani la colonizzazione dell’Artico e ci sono tracce di insediamenti umani 45.000 anni fa nella Siberia nordorientale lungo le coste del mare di Laptev, esattamente un sito di uccisione e macellazione di mammut [6]. Appare un pò strano che nessuno sia riuscito ad arrivare nella vicina Alaska ed espandersi verso sud prima che la formazione dell'ultima calotta glaciale, da 25.000 anni fa in poi prevenisse qualsiasi sforzo in materia. Appare strano perché, in base a studi recenti, lo stretto di Bering in quel periodo non esisteva: oggi è largo circa 80 km (praticamente una distanza confrontabile con quella tra Toscana e Corsica) e proprio nel punto più stretto presenta un'isola in mezzo; la sua profondità attuale non supera mai i 50 metri e in certe condizioni sicuramente la sponda americana era visibile da quella asiatica. Ma proprio per la sua scarsa profondità attuale è evidente che in una fase a basso livello marino l’area sarebbe risultata sulla terraferma e ciò è successo in un intervallo che va da 73 a 25 mila anni fa [7]. Poi la formazione della calotta polare laurentide ha continuato a permettere eventualmente la vita in Alaska (rimasta libera dai ghiacci almeno in estate e caratterizzata da un ambiente di tundra) ma ha impedito ulteriori passaggi verso sud. 
Durante l’ultimo massimo glaciale era sicuramente abitata, anche se con una densità di popolazione non certo elevata, la Beringia, la parte del Mare di Bering prospiciente l'Alaska, a quell'epoca emersa a causa del basso livello marino e caratterizzata pure essa da un ambiente di tundra. 
Insomma, personalmente ritengo possibile che l’Umanità fosse già presente all’epoca in Alaska, e, parimenti, escludere che possa aver occupato anche una fetta del Nordamerica a latitudini più basse mi parrebbe abbastanza logico, anche se fino ad ora le testimonianze di questo sono scarse e quelle poche non accettate unanimamente (forse per il pardigma "no uomo prima dell'ultimo massimo glaciale"?) 

Il sito di Lovewell, al confine fra Kansas e Nebraska
con un mammut, come appariva nel 1969, da [9]
Ora, se per quanto riguarda animali e piante, ci si può basare solo sui loro fossili (tuttalpiù impronte e per le piante su pollini e spore), per gli esseri umani la cosa si fa un pò comoda: infatti ad ossa e impronte si affiancano utensili, focolari, tracce di insediamenti e ossa animali con I segni di macellazione. Ovviamente i dati devono soddisfare tutte le seguenti condizioni:
(1) l’evidenza archeologica deve essere al centro di un contesto geologico chiaro e definito 
(2) l’età deve essere determinata con evidenze statigrafiche e/o radiometriche incontrovertibili 
(3) possibilmente le evidenze devono venire da discipline diverse 
(4) gli utensili o quantomeno materiali artefatti devono essere trovati dove sono stati lasciati e non devono esservi stati trasportati da cause naturali


SEGNI DI UNA PRESENZA PIU' ANTICA. Ed ecco che finalmente un anno fa quello che mi pareva logico è stato confermato, nella fauna delle Bluefish Caves, situata nella parte settentrionale del confine fra Alaska e Canada, ossa che mostrano segni di macellazione, accompagnate dalla presenza di alcuni strumenti litici, sono state datate con il radiocarbonio a circa 24.000 anni fa.
Si tratta di caratteristiche condivise da meno dell’1% del totale dei resti trovati ed esaminati. Una percentuale che per qualcuno è un pò sospetta, ma secondo gli Autori il materiale considerato come trattato da esseri umani presenta caratteristiche che molto difficilmente potrebbero essere di origine naturale e soddisfa tutte le condizioni di cui sopra [8]. Questa bassa percentuale suggerisce altresì che il sito sia stato occupato solo sporadicamente, ma è usata anche dagli “ortodossi” per smentire la presenza umana in zona in tempi così antichi.

E ora arriviamo alle grandi pianure degli Stati Uniti.
I coniugi Holen, archeologi del Center for American Paleolithic Research di Hot Springs, nel South Dakota, sostengono l’evidenza della presenza umana nel Midwest almeno da 40.000 anni fa, ma molti scienziati sono piuttosto scettici al riguardo. La domanda, di nuovo, è se lo scetticismo sia dovuto al convincimento tradizionale dell’assenza di popolamento umano in America prima dell’ultimo massimo glaciale o perché i dati proposti dagli Holen siano sbagliati.
Secondo gli Holen nella zona di confine fra Nebraska, Colorado e Kansas sono frequenti resti ossei di mammut che presentano tracce di attività antropica (sia nelle fratture che nell’asportazione di denti), la cui età si colloca al tempo in cui la calotta laurentide impediva i contatti fra l’Alaska e questa zona, per cui gli antenati di questi uomini sono arrivati nelle pianure centrali degli States prima dell’evento glaciale e non dopo [10]. 

Tracce di percussione con strumenti litici su un osso, da [9]
La novità più clamorosa è però di quest’anno: in California è stato esaminate, sempre dagli Holen, un sito contentente delle ossa di mastodonte, il cosiddetto Mastodonte del sito di Cerutti [11]. Le considerazioni degli Autori sono che:
  • le ossa sono associate a percussori e incudini di pietra
  • le fratture delle ossa sono chiaramente avvenute quando le ossa erano ancora fresche, come anche quelle dei molari
  • alcuni reperti mostrano segni di percussione
  • l’analisi sedimentologica dimostra che le rotture sono avvenute esattamente dove le ossa sono state ritrovate
  • gli oggetti litici considerati come utensili sono incompatibili dal punto di vista sedimentologico con il sedimento che li contiene
  • le fratture delle ossa sono simili a quelle che prodotte dai cacciatori del paleolitico superiore di Africa, Europa centrale e Siberia

I ricercatori hanno anche eseguito studi sperimentali usando ciottoli di pietra per martellare grandi ossa di elefanti (visibili in un video che accompagna l’articolo) 

Bene, direte: non ci sono dubbi che questo mastodonte sia stato macellato da esseri umani, che o lo hanno ucciso o ne hanno sfruttato la carcassa.
Ok, ma c’è un problema: le datazioni radiometriche, suffragate da indagini stratigrafiche, indicano che la macellazione è avvenuta 130.700 ± 9.400 anni fa…
Sul numero di Nature in cui è presentata la ricerca parla, in un articolo introduttivo, anche Erella Hovers, l’archeologa israeliana che ha revisionato l’articolo, la quale, non inaspettatamente, racconta di essere rimasta di sasso a leggere la datazione (e probabilmente lì per lì ebbe la tentazione di rigettare l’articolo). Ma poi, durante la revisione e avuta la dimostrazione che solo percussioni artificiali con utensili di pietra sono capaci di produrre su ossa di elefanti attuali le fratture e le impronte simili a quelle trovate sul Mastodonte si è convinta che su quel preistorico proboscidato hanno lavorato degli ominini, dichiarando “è pazzesco… questo ritrovamento lascia una quantità incredibile di problemi: sappiamo che a quel tempo in California c’erano degli umani, ma sappiamo solo quello!”. 

CHI ERANO QUESTI PRIMI AMERICANI? Insomma, in America c’era già qualcuno prima dell’ultimo massimo glaciale  
Chi?
Per farlo occorre analizzare il livello marino in rapporto alla quota del fondo dello stretto di Bering e dividere il problema scindendo fra i ritrovamenti immediatamente precedenti alla ultima glaciazione e quello più antico. 
Nell’immagine accanto la linea a pallini identifica una quota del livello marino 50 metri sotto l’attuale e cioè quella alla quale lo stretto di Bering è prosciugato. Quindi si possono distinguere periodi in cui il suolo dello stretto di Bering era emerso e no e vediamo che tra 131 e 73.000 anni fa era una barriera insormontabile a meno di passaggi invernali sul ghiaccio (ma c’era ghiaccio sufficiente almeno in inverno?).
Un limite ben più difficile, anzi impossibile, da passare era la calotta laurentide, quindi si può escludere dei passaggi fra Alaska e pianure centrali tra 25 e 17 mila anni fa. 
Da questo discende la possibilità teorica che qualche gruppo di primi sapiens che cacciavano mammut in Siberia 40.000 anni fa sia riuscito prima che i ghiacci lo impedissero, a scendere negli USA.

Ma c’è una seconda possibilità: questi cacciatori immediatamente anteriori all’ultima glaciazione potrebbero essere stati i discendenti da quelli che hanno macellato il mastodonte del sito Cerutti, testimoniando la presenza in un ambiente remoto di umani non sapiens fino a poco tempo fa e che sarebbero stati completamente soppiantati dai sapiens scesi dopo la fine dell’era glaciale.

Come può essere successo questo? 100.00 anni fa nella Siberia vivevano denisoviani e neandertaliani. La datazione a 131.000 anni fa è compatibile con un passaggio terrestre attraverso l’area dello stretto di Bering, che era sopra il basso livello marino dello stadio isotopico 6, come si vede dal grafico. 
L'estensione delle ultime due calotte glaciali.
In America settentrionale è visibile il corridoio che si è aperto
17.000 anni fa lungo il quale gli antenati dei Nativi americani
penetrarono nel continente, alla separazione della calotta
della cordigliera dalla massa principale della calotta laurentide
Però c’è un problema di non trascurabile importanza: tra 130 e 200 mila anni fa il basso livello del mare ha coinciso con la glaciazione dell’illinois (il Riss della cronologia alpina). Quindi fra l’Alaska e le grandi pianure degli States si è estesa per parecchie decine di migliaia di anni una calotta glaciale simile a quella dell’ultimo massimo glaciale, il che impediva chiaramente spostamenti verso sud. La datazione del mastodonte a 131.000 anni si colloca sostanzialmente verso il limite della glaciazione.


Quindi i cacciatori californiani di 131.000 anni fa:
- o vi erano appena arrivati dal nord seguendo il ritiro dei ghiacci come gli antenati degli attuali nativi americani 15.000 anni fa e quindi erano Denisoviani o Neandertaliani provenienti dalla Siberia 
- oppure erano lì già da un pezzo e quindi si tratta di una popolazione più antica, allora potrebbe trattarsi di erectus o, vista la probabile origine di Homo floresensis, addirittura ominini appartenenti ad un lignaggio più antico.

Personalmente la vicinanza temporale fra la fine della glaciazione e il sito del mastodonte di Cerutti mi fa trovare più realistica la prima ipotesi: la popolazione responsabile della macellazione del mastodonte californiano era stanziata nella Beringia (anche durante quella fase emersa dalle acque del mare di Bering) o nell’Alaska settentrionale 150.000 anni fa dove c’era un ambiente di tundra ed è arrivata da quelle parti dopo aver seguito il ritirarsi della calotta della glaciazione dell’illinois come gli antenati dei Nativi americani hanno seguito, dopo l’ultima massimo glaciale del Wisconsin il ritiro dell’ultima calotta laurentide. Ma è chiaro che servirebbero dei dati sulla cronologia del ritiro dei ghiacci che non sono riuscito a trovare. 

Fantaantropologia? Speriamo di capirlo presto!
Avere dei dati sul ritiro della calotta della glaciazione dell'Illinois sarebbe molto importante per dirimere la questione: se ci fosse stato un corridoio libero dai ghiacci immediatamente prima di 131.000 anni fa è una ipotesi possibile


[1] Gonçalves et a 2013 Identification of Polynesian mtDNA haplogroups in remains of Botocudo Amerindians from Brazil PNAS 110, 6465–6469
[2] Malaspina et al 2014 Two ancient human genomes reveal Polynesian ancestry among the indigenous Botocudos of Brazil Current Biology 24, R1035–R1037
[3] Storey AA, et al. (2007) Radiocarbon and DNA evidence for a pre-Columbian introduction of Polynesian chickens to Chile. Proc Natl Acad Sci USA 104(25):10335–10339
[4] Wallace e Torroni 2009 American Indian Prehistory as Written in the Mitochondrial DNA: A Review Human Biology 81, 509–521  
[5] Skoglund and Reich 2016 A genomic view of the peopling of the Americas. Current Opinion in Genetics & Development 41, 27–35
[6] Pitulko et al 2016 Early human presence in the Arctic: Evidence from 45,000-year-old mammoth remains Science 351, 260-263
[7] Ovsepyan et al 2016 Paleoceanographic Conditions in the Western Bering Sea as a Response to Global Sea Level Changes and Remote Climatic Signals during the Last 180 Kyr Doklady Earth Sciences 468, 557–560
[8] Bourgeon et al 2016 Earliest Human Presence in North America Dated to the Last Glacial Maximum: New Radiocarbon Dates from Bluefish Caves, Canada PLoS ONE 12 (1): e0169486. doi:10.1371/journal.pone.0169486
[9] Holen 2006 Taphonomy of two last glacial maximum mammoth sites in the central Great Plains of North America: A preliminary report on La Sena and Lovewell Quaternary International 142–143, 30–43 
[10] Holen 2007 The age and taphonomy of mammoths at Lovewell Reservoir, Jewell County, Kansas, USA Quaternary International 169–170, 51–63 
[10] Holen et al 2017 A 130,000-year-old archaeological site in southern California, USA Nature 544, 479–483 




martedì 13 giugno 2017

I Geologi al voto per il rinnovo dei consigli degli Ordini Regionali: intervista con Riccardo Fanti


Qualche anno fa scrissi un post sul ruolo del geologo in Italia, sottolineando che quando i geologi chiedono più attenzione per la Geologia non spacciano per interesse generale del Paese il loro porco comodo di categoria, ma che una corretta utilizzazione del territorio è un primario interesse generale del Paese. Lo vediamo tutte le volte che la terra trema o piove un pò di più del “minimo sindacale”. In questi giorni si stanno rinnovando in tutta Italia i consigli regionali degli ordini dei geologi. Colgo quindi l’occasione per parlare della professione di Geologo oggi con Riccardo Fanti, che oltre ad essere professore di Idrogeologia e per anni rappresentante delle Scienze della Terra al Consiglio Universitario Nazionale e una delle anime della Cattedra Internazionale UNESCO per la gestione sostenibile del rischio geo – idrologico da questo anno accademico insediata all’Università di Firenze, è candidato per il Consiglio dell’Ordine della Toscana ed è una persona a me carissima per tutta una serie di motivi professionali.

Le Scienze della Terra sono una disciplina complessa e variegata, che presenta una divisione fondamentale fra chi fa ricerca sulla storia della Terra e sui meccanismi che l’hanno caratterizzata (i cosiddetti “geologi regionali”) e la Geologia applicata, con i suoi vari sottosettori come Geologia Tecnica e Idrogeologia, cioè chi ha a che fare con i problemi pratici che i fenomeni geologici arrecano all’umanità, segnatamente frane, alluvioni e terremoti e si occupa di caratterizzare il terreno in caso di interventi come costruzioni, infrastrutture e ripristino di zone disastrate.
Approfitto del termine “idrogeologia” per ricordare che il termine “dissesto idrogeologico” è sbagliato (accidenti al bischero che per primo lo ha introdotto!), perché l’idrogeologia si occupa delle falde acquifere e quindi delle acque sotterranee. Pertanto dissesto idrogeologico vorrebbe dire teoricamente che le falde acquifere sono dissestate… il che è anche spesso vero (purtroppo!) ma con frane ed alluvioni c’entra il giusto. Vorrei quindi che anche in Italia si incominciasse ad usare il termine internazionale di “dissesto geo – idrologico”.

E ora passo finalmente a parlare con Riccardo Fanti.

Riccardo, ogni volta che c’è un disastro naturale qualche geologo compare sui giornali e in televisione e i social network abbondano di dichiarazioni di geologi rimbalzate tra una conversazione ed un’altra. Purtroppo "passato lo disastro ... gabbato lo geologo", e le cose rimangono come prima fino al successivo disastro – fotocopia. Cosa possiamo fare per migliorare queste cose?

È un problema soprattutto di comunicazione: occorre far sì che l’opinione pubblica si interessi maggiormente ai problemi geologici. La nostra è una fra le migliori comunità scientifiche nel campo della previsione delle frane e delle alluvioni, con una grande tradizione accademica nel campo dell’idraulica e della geologia applicata, che si traduce in un eccellente sistema di telerilevamento e i migliori strumenti per il monitoraggio geologico del territorio. La conseguenza è un sistema di Protezione Civile che ha regolarmente previsto tutti i recenti eventi del genere. Bisogna essere orgogliosi di tutto questo e del fatto che siamo punto di riferimento mondiale in materia ed è nostro dovere farlo notare!
Gli ordini regionali e quello nazionale dovrebbero impegnarsi molto in questa direzione!

Si potrebbe dire che il nostro sia un mondo che si è mosso “malgrado l’opinione pubblica e le istituzioni”, ma qualcosa di recente è migliorato… penso alla  Legge 4/2017, che ha stabilito (finalmente!) alcuni provvedimenti economici a favore delle Scienze della Terra, e inoltre, abbassando a 20 per casi eccezionali come il nostro la soglia di 35 elementi introdotta nel 2010 dalla Legge Gelmini, ha permesso nuovamente la formazione dei dipartimenti di Scienze della Terra. Quella fu una cosa drammatica per le Scienze della Terra.

Già… all’epoca i geologi universitari furono costretti ad accorpamenti con altre discipline. Il che avvenne, nello spirito della massima autonomia, in maniera disordinata e incoerente: accorpamenti con ingegneria, architettura, biologia e quant’altro (persino psicologia…), che hanno messo a rischio la sopravvivenza dei corsi e della geologia italiana tout court.
La Legge 4 del 2017 per il sostegno della formazione e della ricerca nelle Scienze Geologiche rappresenta un risultato notevole, non solo in termini di impatto effettivo, ma anche per l’iter che è stato seguito: uno sforzo congiunto e condiviso di tutte le componenti della Geologia italiana (accademica, professionale, istituzionale). Ad oggi, purtroppo, mancano ancora i decreti attuativi e siamo in attesa di poter capire quando e come potranno essere utilizzate le risorse che la Legge mette a disposizione per progetti e iniziative, ma il punto di partenza, importante, è stato creato. 

Poi c’è il progetto “Italia Sicura” con cui finalmente l’assetto del territorio ha avuto una specifica attenzione da parte delle istituzioni.

Il Pacchetto Italia Sicura è un rilevante strumento operativo, soprattutto per la sua concezione di intervento di lungo periodo, di natura strutturale, incanalando in specifiche linee di finanziamento opere e interventi che troppo spesso in passato hanno avuto destini di inefficacia: lavori iniziati sull’onda e con risorse di emergenza, poi interrotti o completati in tempi largamente differiti, talora anche ad esigenze e logiche di intervento ormai mutate. Ovviamente il carattere di medio-lungo periodo della politica di attuazione di Italia Sicura richiede tempo, anche per maturare un giudizio sulla piena efficacia. Ma le premesse sono positive.

I geologi vogliono contare di più per mettersi a servizio del Paese, nella assoluta certezza che non tenendo di conto le Scienze della Terra e le loro istanze, l'Italia e il suo territorio rischino parecchio. E sul “Geoforum” c’è la sezione “per favore, chiamateci prima”: un appello “disperato” per cercare di evitare disastri annunciati. 

Certo! Ricordo la punta dell’iceberg: un comune importante (e noto per un territorio parecchio dissestato) qualche anno fa ha deciso di riguardare il suo assetto urbanistico: ha demandato la cosa a due urbanisti che hanno avuto due anni di tempo e solo alla fine si è passati attraverso il giudizio di un geologo. 
Non è un caso infrequente: quante volte il geologo interviene “a cose fatte” e cioè viene chiamato per ultimo a dare una approvazione “formale” ad un progetto? Occorre far capire a tutti che sarebbe molto più logico che il Geologo collabori già all’inizio della fase progettuale degli interventi; soprattutto, non può passare il concetto secondo il quale la firma del Geologo sia un mero atto formale,  l'ennesimo balzello dovuto e/o colui che mette “lacci e lacciuoli” all’economia e al povero italiano, da sempre alle prese con burocrazia e privilegi di caste varie… 

Mi ricordo una battuta semiseria della moglie di un mio compagno di università: quando conobbi mio marito pensai anche che era un buon partito perché studiava geologia… pensavo che di geologi ce ne fosse necessità. E invece da questo punto di vista non mi è andata benissimo

Il problema reale è la scarsa cultura di pianificazione e da questa discende la principale difficoltà dell’opera del Geologo. In questo senso occorre un cambio di paradigma e il mondo della Geologia deve continuare a divulgare ed educare nella direzione di affermare e consolidare il ruolo dello scienziato della Terra, a tutti i livelli, come una figura che contribuisce alla gestione del bene comune: la salvaguardia del territorio, inteso in senso ampio, dal paesaggio alle opere, dalle risorse al tessuto sociale. Credo che questo sia il principale ruolo del Geologo oggi e nel futuro ed è su questo che si deve lavorare.

Per quanto riguarda specificamente la professione di geologo, come sarebbe possibile secondo te bloccare l’emorragia di iscritti e creare lavoro per i giovani che scelgono di voler fare questa professione, naturalmente in maniera utile per il Paese?

La crisi della professione è innegabile, basta prendere atto del costante calo degli iscritti agli Ordini Regionali. Chiaramente il calo di immatricolazioni che si è registrato essenzialmente con il passaggio al sistema del 3+2 (a livello nazionale, siamo passati dai 3000 immatricolati di venti anni fa ai circa 1200 attuali) non poteva non riverberarsi sul numero di laureati e di professionisti. Io credo che i numeri attuali siano troppo bassi e che lo spazio professionale sia molto più ampio: ma il “mercato” non è mai una torta di grandezza fissa che si divide in porzioni, è un sistema di opportunità che può crescere e svilupparsi se ci sono le basi. Con i numeri attuali, non solo di studenti, ma anche di docenti universitari (l’Area delle Scienze della Terra è la più piccola degli ambiti disciplinari - con meno di 1000 docenti - ma il Corso di Laurea è comunque presente in 29 sedi in tutta Italia), la strategia deve essere quella della preparazione culturale, anche generalista e non solo quella della specializzazione verticale.

L’educazione e la divulgazione sono una delle chiavi per accelerare il processo….

Pienamente d’accordo! L’inclusione delle Scienze Geologiche nel Piano Lauree Scientifiche del Ministero va in questa direzione e ha, finalmente, sanato una situazione che da oltre un decennio la comunità geologica denunciava: si tratta di una questione non solo di finanziamenti, ma soprattutto di principio: riconoscere la Geologia come una “Scienza di base” e al contempo come una “disciplina strategica”. È il primo passo per creare una miglior percezione del ruolo delle Scienze della Terra e può condurre ad incrementare il numero di studenti nei nostri corsi di laurea, vere fabbriche dei Geologi di domani.

Come vedi il rapporto fra i geologi delle tre componenti (università, dipendenti pubblici e liberi professionisti)? In che modo farli interagire?

Il rapporto tra le varie componenti può essere notevolmente migliorato, creando condizioni di collaborazione e lavoro su progetti comuni. Uno dei tavoli attorno ai quali costruire una rinnovata sinergia è senza dubbio quello della formazione e dell’aggiornamento, dove ciascuna delle componenti può portare validi contributi e beneficiare di quelli apportati dalle altre. 
Anche il settore della divulgazione e della comunicazione potrebbe rappresentare un campo nel quale rinsaldare rapporti e lavorare su obiettivi condivisi: da accademico devo rilevare che la frammentazione corporativa che il mondo della ricerca e dell’università per primo ha al suo interno, non aiuta. Il Consiglio Nazionale in questo può avere un ruolo fondamentale, anche per la forza dei numeri: negli anni passati si sono provate iniziative di coordinamento, ma spesso i processi sono stati lenti e non efficaci.

Molti iscritti si lamentano dei costi della formazione permanente. Sappiamo che in una professione come il Geologo la formazione continua è importante, specialmente alla luce dei passi da gigante che stiamo facendo nell’uso di nuovi strumenti per il monitoraggio, ma non solo. Però, come conciliare la necessità di formazione permanente con i suoi costi, spesso elevati?
Il tema della formazione e dell’aggiornamento continuo è complesso e sicuramente c’è molto da lavorare per migliorare una situazione in cui troppo spesso gli eventi si risolvono in atti di presenza burocratica ad iniziative che forniscono informazioni di scarsa o nulla utilità per la professione. 
Non ci sono risposte semplici a problemi complessi, ma una delle linee sulle quali si potrebbe lavorare è l’idea di allargare molto la platea dei formatori, includendo gran parte di quelli che devono essere formati, creando meccanismi virtuosi per il mutuo scambio di esperienze che valga come attività formativa certificabile. In questo modo si potrebbe pensare a un sistema in cui anche il “sapere fare” è una “moneta di scambio” per aggiornarsi, alleggerendo l’onere per il singolo professionista, talora in difficoltà nell’assolvimento dei requisiti richiesti dalla normativa. La questione, peraltro, è comunque legata a uno schema e a vincoli di legge e quindi si tratta di un tema di notevole impegno.

Cosa ne pensi della questione del “bollino blu”?  

La certificazione di qualità è importante anche per il lavoro intellettuale, ma non ritengo che sia utile introdurre strumenti di questo tipo in un sistema di professioni regolamentate. L’esistenza di un Ordine Professionale e i requisiti, anche di formazione e aggiornamento, che sono sottesi dall’appartenenza all’Ordine stesso devono essere di per sé garanzia di qualità. Negli ultimi anni stiamo assistendo, in tutti i settori, alla ricerca continua dell’eccellenza e alla creazione di classifiche e criteri di valutazione, spesso del tutto inefficaci, peraltro. E’ un percorso che in altri paesi ha già dimostrato ampiamente non solo di essere del tutto inutile, ma perfino dannoso. 
Il discorso sarebbe lungo, ma in sostanza ritengo che proprio il concetto della corsa al primato e alla definizione di categorie elitarie porti ad una perdita di qualità complessiva. Inoltre, credo che i professionisti siano già in acque burocratiche spesso a livelli ampiamente superiori alla gola e introdurre ulteriori percorsi di attestazione o accreditamento possa in alcuni casi essere esiziale.

In conclusione, cosa possiamo dire?

La Geologia è una scienza giovane e vitale, di grandi prospettive. Quando mi capita di fare conferenze divulgative, cito spesso il fatto che solo 300 anni fa le attuali conoscenze geologiche erano in gran parte ignote e la maggioranza della popolazione mondiale riteneva valida la ricostruzione di Ussher che datava la creazione della Terra al 23 ottobre del 4004 a.C. Rispetto ad altre scienze la Geologia ha un passato breve, ma può avere un grande futuro, a tutti i livelli. Dobbiamo lavorare per rendere evidente questa immagine e far capire che il Geologo è una risorsa per la società.

venerdì 9 giugno 2017

Yellowstone: un grande vulcano e come si svolgono le sue eruzioni


Yellowstone è uno dei vulcani più famosi (e potenzialmente pericolosi) del mondo. Si tratta di un sistema vulcanico complesso dove si alternano magmi mantellici (basalti) e, soprattutto, magmi che si sono molto differenziati nel loro cammino verso l’alto, ricchi in silice e quindi caratterizzati da alta esplosività. Yellowstone è anche considerato un supervulcano e in particolare tre sue eruzioni hanno ampiamente coperto con i loro prodotti vaste parti degli Stati Uniti continentali (e costituiscono importanti orizzonti per chi studia la geologia del quaternario di quelle zone..). in questi ultimi giorni sono usciti dei lavori piuttosto interessanti che gettano luce su come avvengono queste eruzioni, anche sfruttando le tomografie sismiche ottenute qualche anno fa. Yellowstone è anche noto per essere un “supervulcano” anche se questo termine non è ancora scientificamente accettato. Eruzioni di quel volume non sono mai state osservate in tempi storici: una circostanza fortunata che però pone un problema interpretativo sul modo con cui queste mega eruzioni avvengono. Per descriverle sono necessari studi sulla mineralogia e la geochimica dei prodotti che queste eruzioni hanno formato. 

Innanzitutto perché c’è Yellowstone? Perché l’America settentrionale sta passando sopra una zona di risalita di materiali dal mantello originatasi circa 16 milioni di anni fa, all’epoca della formazione dei basalti del Columbia River, l’ultima Large Igneous Province che si è formata sulla Terra. Insomma, Yellowstone si trova dove 16 milioni di anni fa si trovava il centro della zona coperta dai basalti del Columbia River, che oggi è molto più a ovest a causa dello spostamento del Nordamerica rispetto all’area del mantello dove questi magmi si sono generati.
La maggior parte dei ricercatori lo considera un classico esempio di punto caldo, ma non tutti sono d’accordo sull’origine profonda di questa anomalia e preferisco evitare di parlarne perché la cosa è piuttosto complessa.

In ogni caso si tratta di uno dei più grandi e conosciuti centri di magmatismo riolitico (magmi differenziati con un tenore estremamente elevato di silice e quindi freddi e molto viscosi). Le tre eruzioni principali sono indicate nella tabella qui sotto, l’ultima delle quali circa 635 mila anni fa ha prodotto gli oltre 1000 km3 dei tufi di Lava Creek e la attuale caldera di 40 km × 60 km. Tanto per dare un paragone quelle più grandi in Italia, Campi Flegrei e Bolsena, hanno un diametro di circa 12 km (ricordo che, nella numerazione inglese, i punti e le virgole sono invertiti rispetto all’italiano).


Nella carta qui accanto vediamo l’ampia zona di ricaduta delle ceneri delle 3 maggiori eruzioni di Yellowstone (quelle che possiamo definire “super eruzioni”) [1].
Dopo questo spettacolare evento ci sono state numerose eruzioni di importanza solo locale, specialmente tra 180 e 70 mila anni fa, alcune delle quali hanno comunque emesso più di 2 km3 di prodotti. Fra queste eruzioni “minori” spicca quella di Summit Lake, avvenuta 124.000 anni fa, che ha emesso circa 50 km3 di materiali.  

IL SOTTOSUOLO DI YELLOWSTONE. L’area è contraddistinta da alcune caratteristiche fondamentali

  • alta sismicità “di fondo” anche se negli ultimi 50 anni solo 5 eventi tra il 1973 e il 1976 hanno avuto una M superiore a 5  
  • deformazioni del suolo
  • alto flusso di calore da sottosuolo 2000 mW /m (a Larderello siamo alla metà)
  • il più grande sistema idrotermale del mondo, a cui sono dovuti i famosi geyser della zona 
Il sistema magmatico è piuttosto complesso ed è stato descritto nel 2015 [2]: sfruttando i tempi di arrivo delle onde P nelle stazioni sismiche della zona di 4520 eventi locali e 329 eventi distanti è riuscito a eseguire una tomografia sismica della zona sottostante.
Il risultato è che ci sono due corpi con bassa velocità delle onde P, detti LVB (low velocity body), uno superficiale, a profondità compresa tra t5 e 16 km e un secondo tra 25 e 40 km, posto nella parte inferiore della crosta e quindi sempre sopra il mantello (la Moho, il limite crosta – mantello, dovrebbe essere a circa 45 km di profondità). 
Il valore dell’anomalia di velocità è troppo elevato per essere dovuto esclusivamente alla temperatura, per cui l’unica ipotesi valida è che in queste zone la roccia sia in parte liquida.
Più in profondità si estende una stretta zona a bassa velocità che si immerge verso NW ed è visibile fino in fondo alla zona studiata. Si tratta del sistema che fa affluire magma verso la superficie.

Nell'immagine tomografica di [2] si
vedono le due camere magmatiche
e la zona di alimentazione profonda
RAPPORTI FRA LE DUE RISERVE MAGMATICHE. Entrambe dovrebbero contenere circa 900 km3 di magma liquido, nonostante la grande differenza nelle dimensioni: quella più superficiale ha un volume di circa 10,000 km3, mentre quella inferiore è grande circa 46,000 km3, ma in quella superiore viene stimato un 9% di materiale liquido contro il 2% in quella inferiore.
La cosa interessante è che queste due riserve sono in contatto continuo: quella superiore non può assolutamente produrre le 45.000 tonnellate di CO2 che vengono emesse giornalmente dal sistema. Quindi ci vuole per forza un apporto dal profondo, e non solo dalla riserva magmatica inferiore, ma anche direttamente dal mantello.

IL MECCANISMO DELL’ERUZIONE DI SUMMIT LAKE. Questa eruzione avvenuta 124.000 anni fa ha prodotto 50 km3 di materiali, una cifra ingente per la stragrande maggioranza dei vulcani, un quantitativo non eccezionale per Yellowstone ed è stata oggetto di uno studio appena uscito [3].  

I magmi sono arrivati in superficie attraverso fratture preesistenti della crosta al di sopra della camera magmatica, essenzialmente quelle provocate dalla formazione della caldera di Lava Creek e anche attraverso delle faglie preesistenti all’attività vulcanica. 
La prima cosa importante da notare è che non ci sono all’interno dei prodotti di Summit Lake delle discontinuità, per cui si tratta di un evento singolo, presumibilmente durato fra i 2 e i 5 anni. La modellizzaizone stima una temperatura dei magmi di circa 800 °C.  
I collegamenti fra le camere magmatiche e il plume sottostante, da [2]
L’innesco dell’evento è stato sicuramente una sovrapressione nel corpo a bassa velocità superficiale. Ma cosa l’ha provocata? 
Non certo una elevata pressione di gas, perché la mineralogia indica che il magna fosse tutt’altro che saturo in acqua e che si è momentaneamente fermato a circa 4 km di profondità
Semplicemente la sovrapressione è stata provocata da una nuova iniezione di magma dal profondo, magma che è riuscito a mischiarsi con quello della camera superiore in maniera abbastanza omogenea. Gli Autori del lavoro ritengono inoltre che tra l’arrivo del nuovo magma e l’eruzione siano passati pochissimi anni.
Un particolare di non trascurabile importanza è che dopo questa eruzione non si sono verificati dei collassi o quantomeno degli abbassamenti nelle zone vicine: è normale prassi di una caldera l’abbassamento sin e post eruzione del livello del suolo, che ad esempio è stato ben evidente  nell’eruzione del Bardarbunga tra il 2014 e il 2015 (fatte salve le diversissime caratteristiche dei magmi emessi); questa è la conferma con una prova di altro tipo del fatto che alla base dell’eruzione di Summit Lake ci sia stato un afflusso di magma dal profondo: cessato l’afflusso da sotto è cessata la sovrapressione e la pressione è tornata ad essere quella di prima dell’eruzione, che in pratica è stata una valvola di sfogo per la troppa pressione indotta dall’afflusso di magma.

La presenza di due aree in cui la roccia è parzialmente fusa a diversa profondità, con un serbatoio inferiore a composizione basaltica (e quindi a basso tenore di silice) e una più superficiale con magma riolitico ad alto tenore di silice, sembra essere una spiegazione che si applica anche ad altri apparati vulcanici in cui le rocce ad alto contenuto di silice provengono dalla differenziazione di magmi mantellici e non dalla fusione di crosta continentale.
La domanda però è come mai ci sono delle grandi differenze nella quantità dei prodotti e come mai ci sono i cosiddetti supervulcani.
Un altro lavoro uscito in questi giorni [4] ha modellizzato la situazione e tutto sembra dovuto all’età in cui è iniziato il magmatismo. Quando una provincia magmatica ha meno di qualche centinaio di migliaia di anni non ha ancora prodotto una riserva di magma profonda tale da rifornire un serbatoio crustale di grandi dimensioni, cosa che invece riescono a fare province di età superiore al milione di anni.
Naturalmente occorre anche che il rifornimento di magmi dalle profondità della Terra sia costante.

le variazioni verticali del livello
del suolo a Yellowstone, da [5]
YELLOWSTONE È ANCORA VIVO: non c’è solo l’attività idrotermale a dirci che il vulcano, sia pure dormiente, è tutt’altro che spento: lo dimostrano i continui spostamenti verticali del terreno che come ai Campi Flegrei testimoniano che alternativamente la pressione aumenta o diminuisce nel sottosuolo, come si vede da questo grafico tratto da [5].
Però non è affatto detto, come invece proclamano i catastrofisti, che una prossima eruzione debba essere per forza un evento drammatico: decine sono state le eruzioni a Yellowstone che si sono risolte con un po' di lave in più nella caldera ma che non hanno avuto effetti a distanze superiori alla decina di km.

[1] Izett, G. A., and Wilcox, R. E., 1982, Map showing localities and inferred distributions of the Huckleberry Ridge, Mesa Falls, and Lava Creek ash beds (Pearlette family ash beds) of Pliocene and Pleistocene age in the Western United States and Southern Canada: U. S. Geological Survey Miscellaneous Investigations Series Map I-1325, 1:4,000,000. 
[2] Huang et al 2015 The Yellowstone magmatic system from the mantle plume to the upper crust Science 348, 773 – 776 
[3] Loewen et al 2017 Eruption mechanisms and short duration of large rhyolitic lava flows of Yellowstone Earth and Planetary Science Letters 458, 80–91 
[4] Karakas et al 2017 Lifetime and size of shallow magma bodies controlled by crustal-scale magmatism Nature Geoscience May 2017 | DOI: 10.1038/NGEO2959 
[5] Shelley et al (2013) A fluid-driven earthquake swarm on the margin of the Yellowstone caldera Journal of Geophysical Research: Solid Earth 118, 1–15 



giovedì 25 maggio 2017

Competitività dell'Italia e sistema di Ricerca & Sviluppo


Il parlamento sta discutendo una legge sulla inclusione sociale per la quel è stato messo a disposizione oltre un miliardo di euro a favore di famiglie economicamente in difficoltà. Ma se in Italia ci fossero meno disoccupazione e meno lavori malpagati, avremmo avuto ben altro da spendere e meno popolazione interessata a questo provvedimento, perché nel nostro Paese il problema della disoccupazione e della sottooccupazione è decisamente grave, specialmente nelle fasce giovanili ma non solo. Secondo me la questione non è trattata nel modo giusto: sono convinto che non viene centrato il problema e cioè che l’Italia ha una grossa debolezza che consiste nella sottovalutazione del ruolo del settore ricerca & sviluppo. Una sottovalutazione che ha precise connotazioni culturali ed economiche, e che a m io parere va combattuta per ogni dove.

LE DIFFICOLTÀ DEL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA. Siamo alle solite... Il mondo politico continua a parlare dell’aumento delle disuguaglianze e della crisi di un Paese che sta diventando sempre più disuguale e dove le difficoltà di trovare un lavoro decentemente remunerato (se non addirittura semplicemente un lavoro) sono gigantesche. E la società italiana se n'è accorta benissimo.
La crisi ha diversi motivi, che partono da questioni economiche, come la cronica sottocapitalizzazione delle aziende, le difficoltà di accesso al credito e la scarsa remunerazione delle imprese, spesso costrette a vendere a prezzi bassi.

Ma perché in Italia c’è poco lavoro (e per di più spesso mal pagato o con contratti assurdi?)
Le tasse? È vero, le tasse che gravano sul lavoro (e non solo) sono alte. Ma lo sono anche in Germania o Francia, per esempio..
Poi la questione delle tasse è anche da riferirsi ad un rapporto qualità – prezzo: bisogna anche vedere quanto “rendono” in termini di servizi le tasse: magari hai poche tasse ma poi ti tocca pagare di più o del tutto una serie di servizi e quindi alla fine ci rimetti. Il problema è che noi abbiamo alte tasse e riceviamo in cambio servizi scadenti: pare ad esempio che in Germania e Francia la “qualità” del ricavato delle tasse sia maggiore, ad esempio in termini di welfare...
La burocrazia? In parte è vero: adempimenti burocratici spesso assurdi, con l'incrocio di competenze fra enti locali, agenzie e ministeri e la mania di normare le cose con una precisione spesso demenziale ingessa le procedure (l’università registra al proposito delle vette incredibili), che durano tempi lunghissimi.
La certezza del diritto? è noto che in Italia la legge, fra lentezze e cavilli, favorisce chi fa dei torti e non chi li riceve. Inoltre i condoni di ogni ordine e grado sono sempre un metodo che premia i soliti furbetti, i quali parecchie volte riescono a pagare "meno" e "dopo" rispetto alla gente onesta.
Insomma, fossi il rappresentante di un'azienda straniera prima di investire in Italia farei qualche conto in più che per investire in altre nazioni...

Quando l’Italia è stata meno diseguale? Nel dopoguerra. Pensate, venivamo dalle ceneri del fascismo e da una guerra che aveva distrutto il Paese, rimasto senza vie di comunicazione, con le fabbriche bombardate e con danni immensi al patrimonio edilizio. Ma ci siamo salvati grazie all’innovazione: il miracolo economico è stato anche un momento di balzo tecnologico che ha come punta dell’iceberg il progetto San Marco: pensate, quella nazione sconfitta dalla guerra e in totale rovina del 1945 è riuscita 15 anni dopo ad essere il primo Paese dopo URSS e USA a mandare un veicolo nello spazio! Ma dietro questa punta c’era una Italia della manifattura capace di fare cose egregie e di esportarle in tutto il mondo.
È quindi necessaria una serie di interventi strutturali per il lavoro ma quali? 

LAVORO ED OCCUPAZIONE IN ITALIA IN UN MONDO GLOBALIZZATO. Per descrivere la situazione, faccio un esempio per me doloroso: l’industria ferroviaria. Per un bel pezzo abbiamo vissuto nella bambagia di una nazione in cui le ferrovie, considerate un residuo del passato (il radioso futuro era per la gomma), più che per spostare uomini e merci servivano per collocare personale e far lavorare l’industria con le commesse (Andreotti soleva dire: ci sono due tipi di pazzi, quelli che si credono Napoleone e quelli che credono di poter risanare le ferrovie). 
Inoltre il mercato che riforniva di mezzi e materiali le ferrovie era un mercato chiuso, autarchico e assistenzialista, in cui addirittura alcune gare per le forniture erano divise in tre sezioni, per il Nord, per il Centro e per il Sud. Soprattutto mancava una spinta a migliorare la produzione, che è rimasta, a parte qualche eccezione, mediocre. L’unica vera invenzione, l’assetto variabile della FIAT Ferroviaria, giacque per 15 anni inutilizzata, con un solo esemplare, l’ETR 401. Poi quando questa tecnologia fu ripresa negli anni ‘90 iniziarono le commesse anche dall’estero, persino dalle leggendarie ferrovie tedesche! Oggi l’assetto variabile, venduta alla Alstom la FIAT Ferroviaria, si chiama ancora Pendolino e fa guadagnare i francesi. 
La mediocrità di un mercato chiuso ha avuto conseguenze drammatiche dopo l'introduzione del mercato unico del 1992 e cioè la chiusura di quasi tutte le aziende del settore (o la vendita a grossi gruppi stranieri delle poche rimaste). Per cui oggi Trenitalia e le altre imprese ferroviarie acquistano treni in Polonia, Germania, Svizzera e Francia. E meno male che la decotta Ansaldo – Breda è in salvataggio (o meglio, la parte “buona” è in salvataggio) grazie alla Hitachi. Restano solo la Alstom (ex FIAT ferroviaria) a Savigliano e la Bombardier a Vado Ligure (l’ex TIBB, ma fino a quando?), più poco altro, non in grado di incidere significativamente a livello europeo.


La storia dell'industria ferroviaria dimostra che per essere competitivi in una economia globale occorre avere prodotti da vendere in grado di battere la concorrenza straniera. Quindi abbiamo tre possibilità:
  1. creare nuovi prodotti
  2. migliorare i prodotti esistenti
  3. rendere più economica la produzione di quello che c’è 

Ritornando all'esempio dell’industria ferroviaria, se le nostre aziende ferroviarie avessero fatto ricerca e prodotto mezzi migliori o innovativi (e se le Ferrovie dello Stato lo avessero chiesto…) non ci sarebbe la crisi del settore e sarebbero le altre nazioni a ricevere i treni italiani e non viceversa. Come ha dimostrato l'avventura del Pendolino. 

Per tutto questo occorre la ricerca scientifica e tecnologica: 
  • la ricerca “di base” che cerca cammini sconosciuti (e che spesso per farlo necessita dello sviluppo di nuove tecnologie che potranno avere in seguito ampie ricadute)
  • la ricerca applicata che sfrutta le ricerche di base

È semplicemente inutile pensare di dare lavoro con la semplice leva fiscale, come continua a chiedere Confindustria anche oggi, se non hai niente da produrre… In pratica questo sarebbe solo un palliativo: si abbasserebbe solo il costo del lavoro ma a notevoli costi sociali e nei conti statati.

ITALIA E RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA. E qui casca l’asino: in Italia si fa poca ricerca scientifica e tecnologica e gli addetti del settore sono spesso pagati meno dei loro omologhi in altre nazioni (aspetto questo qualche mese fa addirittura esaltato da qualche esponente del governo...). 
Il confronto nella UE fra le percentuali del PIL assegnate al settore R&S lo dimostra chiaramente. Nel 2015 l’Italia ha usato per questo l’1,33% del PIL. Siamo a metà classifica ma osservando chi sta davanti e chi sta dietro la questione è drammatica: tutti i Paesi più evoluti ci stanno davanti (a parte il Lussemburgo, dove comunque il tenore di vita è molto alto per vari motivi). Il confronto è impietoso non solo con le nazioni più piccole che comandano la classifica (e quindi meno temibili dal punto di vista della quantità degli investimenti) come Svezia (3,26 – 2 volte e mezzo in più), Austria (3,07), Danimarca (3,03) e Finlandia (2,90); lo è anche con giganti come Germania (2,87) e Francia (2,23), che spendono più o quasi il doppio di noi in termini percentuali e visto il loro PIL molto di più di noi anche in termini assoluti.

Questo ci fa capire anche perché in Italia una buona parte dei laureati in materie scientifiche non trova un lavoro in cui la sua laurea serva a qualche cosa o lo trova sottopagato, mentre molti continuano ad andare all’estero. e questo - si badi bene - nonostante che siamo fra i Paesi che ne sfornano meno in percentuale sulla popolazione.

Da ciò segue che la terza possibilità (tenere prezzi bassi) è l’unica che possiamo perseguire normalmente, e lo facciamo esclusivamente rivalendosi sui lavoratori (con stipendi sempre più bassi e contratti sempre più atipici), sui fornitori (dilazioni di pagamento o riduzioni nei prezzi) e sul bilancio dello Stato (incentivi di ogni ordine e grado).
Tutto ciò dimostra una cosa: o facciamo ricerca scientifica e tecnologica o il futuro ci riserva solo una possibilità: continuare a scendere drammaticamente la china. 
Certo, possiamo continuare a sfruttare quello che abbiamo in casa (ci sono nazioni che vivono esportando materie prime. Noi una materia prima la abbiamo: i paesaggi naturali e antropici (insomma, il turismo) e dobbiamo continuare a sfruttarlo sempre meglio. Ma non potremo mai vivere di solo turismo. Un’altra ricchezza naturale è la posizione geografica, che può favorire la portualità.

Quindi occorrerebbe un grosso sforzo per arrivare almeno al livello di Germania e Francia come percentuale di spesa nella ricerca. E se si considera quanto di buono fanno i nostri ricercatori in Italia e all’estero, questo vuol dire che le potenzialità le avremmo.
A proposito della ricerca di base, che per qualcuno è inutile, ricordo che persino l’elettricità, quando comparse, fu ritenuta una cosa inutile senza fini pratici.




Il microscopio a ioni di elio Zeiss del GRINT a Empoli:
il consorzio mette a disposizione di tutte le aziende
una tecnologia troppo costosa per una singola realtà
I PROBLEMI STRUTTURALI DEL SETTORE R&S. Aziende con un alto tasso di occupati ed investimenti in ricerca & sviluppo ci sono e i risultati si vedono: ad esempio recentemente abbiamo organizzato come “Caffè-Scienza Firenze e Prato” un incontro sul motore a due tempi con la Betamotor di Rignano: una piccola realtà ma in campi come Trial e Motocross compete con le migliori aziende motociclistiche mondiali (anzi, è anche campione in carica in una specialità di Enduro). Il suo segreto: oltre il 10% degli addetti si occupa di R&D...  
Ma oltre ai problemi italiani generali, il settore R&S ne presenta alcuni specifici. 

1. le aziende italiane sono generalmente di piccole o medie dimensioni. E quindi anche se destinassero, con tutte le agevolazioni possibili, una certa percentuale del loro fatturato per il settore R&D, sarebbe in termini assoluti poca cosa. Questo comporta problemi non tanto per il costo sostenuto per gli addetti, quanto per quello delle attrezzature. 
Per ovviare al problema sono anche nati dei consorzi che possono supplire in proposito. Un esempio è il Consorzio GRINT di Empoli: si occupa di nanotecnologie e fornisce l’assistenza in materia a qualsiasi azienda anche di piccole dimensioni, fornendo per esempio il know-how per colori ceramici innovativi; ma ha anche un laboratorio di analisi chimiche dotato di strumenti di difficile accesso per aziende di una certa dimensione: attrezzature molto costose e il cui impiego nella singola azienda non sarebbe giustificato dal numero di occasioni per l'utilizzo.

2. la ricerca non dà certezze di ritorno, né nei costi, né nei tempi (in particolare quella di base).
Per supplire a questo secondo aspetto, bisogna fare due considerazioni:
- occorre un serio aiuto al settore, in termini di incentivi economici e fiscali, considerando questi investimenti come "strutturali"
- anche iniziando ora le procedure per il “grande balzo in avanti verso l’innovazione”, se gli effetti sull’occupazione nel settore R&S si verificheranno subito, affinché la cosa abbia dei riflessi generali occorrerà aspettare degli anni

MA LA QUESTIONE DEL LAVORO È URGENTE! E invece noi abbiamo una certa urgenza di creare lavoro. Da dove cominciare?
Per esempio dalle opere che mettono in sicurezza il territorio, ricordando che prevenire i disastri naturali costa molto meno che ripararne i danni; dalle opere per il risparmio energetico e la produzione di energia a costi più bassi. Già questo abbasserebbe i costi per le aziende e creerebbe lavoro 

LE INFRASTRUTTURE: PREGI E DIFETTI. Meno male che a grandi opere non siamo messi malissimo, anche se senza il terzo valico a Genova e una ristrutturazione del nodo ferroviario milanese sarebbero in questo momento urgenti specialmente per la portualità. 
Però è necessaria una postilla: risparmio energetico, messa in sicurezza del territorio e cavi per trasportare informazioni hanno conseguenze sempre positive, le grandi infrastrutture di comunicazione contengono un pericolo: strade e ferrovie trasportano persone e prodotti. Ma se i nostri prodotti sono inferiori a quelli esteri, allora il loro effetto diventerebbe invece negativo, rendendoli ancora meno competitivi.
I nuovi trafori ferroviari di base del Lotschberg (che ha completato la direttrice del Sempione), del Gottardo e del Monte Ceneri tra Zurigo e il Ticino, del Brennero, del Frejus e in Austria, quello del Semmering miglioreranno tantissimo i movimenti delle merci attraverso le Alpi e potrebbero essere una splendida occasione per i nostri prodotti e per i nostri porti. Ma se i prodotti italiani non saranno competitivi in qualità e prezzo e se non riorganizziamo le infrastrutture a servizio dei porti, le nostre industrie e i nostri porti perderanno ulteriori punti nei confronti di quelli del Nordeuropa. In altre parole, queste nuove infrastrutture ci leverebbero lavoro anziché crearlo.
Notare che in Svizzera e Austria (e neanche in Trentino e in alto Adige) ci sono gli assurdi schiamazzi NOTAV che troviamo in Liguria, in Piemonte e in qualsiasi città italiana.

Al proposito Matteo Gasparato presidente dell'Interporto Verona Quadrante Europa in una intervista a Euromerci dice che "Per evitare che le grandi opere infrastrutturali si trasformino in uno strumento che consenta ai porti del nord Europa di far pervenire più velocemente le merci in Italia, anziché nel senso opposto, dobbiamo fare in modo che i grandi nodi infrastrutturali del nord Italia non restino isolati, bensì vengano messi in un più efficiente collegamento con il resto della rete ferroviaria nazionale. Questa rete deve comprendere in modo efficiente tutti i nodi, quali interporti e autorità portuali. Se invece la rete rimane efficiente solo fino a Verona, o a Novara o Milano, i nostri scali appariranno sempre più come hub di secondo piano rispetto ai porti del nord Europa e dal punto di vista logistico avremo un ruolo marginale nel Continente."

IL RAPPORTO IN ITALIA FRA POLITICA, CULTURA E RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA. E ora veniamo alla politica italiana, o, meglio, a quello che fanno i partiti. 
A destra, spalleggiati anche da un certo bocconismo, si dice che “è inutile la ricerca scientifica e tecnologica, quando facciamo le scarpe più belle del mondo” (come se per fare le scarpe non ci volesse tecnologia). Fra i Grillini e la Scienza la lotta è quotidiana, a base di bufale su energia, vaccini e quant’altro (compreso INGV che diminuisce l’intensità dei terremoti).
A sinistra il PD negli Stati Generali della Scuola parla di “rilancio della cultura umanistica” e nella “scuola di partito” affronta millemila argomenti tranne la ricerca scientifica e tecnologica.
È chiaro che non si possa andare avanti così (e infatti si va indietro).

Ma qual’è il problema? Semplice: la cultura scientifica in Italia continua a non godere dello status che le si addirebbe, per vari motivi, tra cui quello di un persistente pregiudizio sul carattere veramente formativo delle sole discipline umanistiche, rispetto alle quali la scienza ricoprirebbe un ruolo subordinato
Un giudizio che permea, da Croce e Gentile in poi, tutta la cultura umanistica italiana, non importa se seguaci o no di quei due signori, che sono stati tanto applauditi quanto deleteri per lo sviluppo del Paese. Non è un caso infatti che l’Italia abbia imboccato il declino tecnologico da quando sono andate al potere le generazioni che hanno studiato dopo il 1923, anno in cui sono state promulgate le disgraziate riforme scolastiche che hanno segnato un depotenziamento dello studio delle discipline scientifiche e tecniche a scuola, al termine di una lunga lotta contro gli scienziati, accusati dai due mentecatti di cui sopra di essere “menti minute”. 
Il risultato è stato che abbiamo scoperto la penicillina, inventato il radar, le plastiche e, da ultimo, il peronal cpmputer, ma queste invenzioni non sono state capite.
In più continua anche l'equazione "edilizia = sviluppo" in un Paese in cui ci sarebbe più da restituire alla Natura aree sigillate attualmente inutilizzate piuttostochè sigillarne di nuove.

Per questo occorrebbe anche uno sforzo da parte del mondo scientifico e tecnologico che spesso si dimostra chiuso alla comunicazione. Ma di questo parlerò in seguito.