venerdì 22 aprile 2011

Una inversione del regime tettonico è forse in corso nel Mediterraneo?

Pochi giorni fa ho parlato del limite fra la Placca Euroasiatica e quella Africana tra la Dorsale Medio-Atlantica e Gibilterra, con le sue incertezze ed i pericoli che corrono una buona fetta delle coste fra Spagna, Portogallo e Marocco per quello che sembra un inizio di una nuova subduzione, quella della crosta euroasiatica sotto quella africana. Oggi sono uscite le anticipazioni di un lavoro presentato dal geofisico olandese Rinus Wortel alla assemblea della European Geoscience Union che potrebbe dare una svolta a tutta la Geologia del Mediterraneo. Secondo Wortel anche ad est dello Stretto di Gibilterra si sta invertendo la polarità della subduzione.

700.000 anni fa ci fu un cambiamento del campo di sforzi nell'Italia centro-meridionale a seguito della collisione fra il blocco apulo e l'Appennino. È un esempio significativo di quello che è successo via via in diversi settori dell'area  mediterranea quando in altre zone si erano avute collisioni fra parti della crosta europea e di quella africana. 
La riorganizzazione del campo di sforzi e dei margini delle varie (micro)zolle che compongono l'area mediterranea è quindi avvenuta più volte negli ultimi 250 milioni di anni quando proprio l'area mediterranea era la giuntura che congiungeva il Gondwana e la Laurasia quando tutti i continenti erano uniti nella Pangea. Di fatto dall'epoca le posizioni relative di Eurasia ed Africa non sono cambiate di molto, se si paragonano agli spostamenti fra gli altri continenti; questo ha però complicato molto le cose perchè non è che le due masse siano rimaste ferme: i movimenti dunque sono stati complessi, spesso dominati da trascorrenze di difficile definizione e il campo di sforzi è cambiato numerose volte. Di fatto ogni situazione ha lasciato qualche traccia ma la loro somma dà un puzzle di difficile soluzione. Recentemente a dare una soluzione ci hanno provato Mark R. Handy ed altri in Reconciling plate-tectonic reconstructions of Alpine Tethys with the geological–geophysical record of spreading and subduction in the Alps pubblicato nella rivista Earth-Science Reviews 102 (2010) 121–158. Un lavoro molto interessante e complesso ed una sintesi che penso rimarrà un punto di riferimento per parecchio tempo.

Saltiamo tutti gli avvenimenti fra il Permiano e l'Oligocene mentre quelli successivi, fino al “presente” sono descritti in questo mio post di 2 anni fa, con l'apertura progressiva dei bacini del Mediterraneo Occidentale (Alboran, Baleari, Ligure-Provenzale e Tirreno) che ha provocato la frammentazione della catena alpina, la quale 15 milioni di anni fa bordava tutto il bordo meridionale dell'Europa, alla quale non erano ancora saldate molte serie che ora formano l'Italia peninsulare. La figura a fianco si riferisce a quando si stava aprendo il bacino ligure-provenzale ma non ancora il Tirreno ed è tratta da Viti et al, (2009): Generation of Trench-Arc-Back Arc systems in the Western Mediterranean Region driven by plate convergence. Ital. J. Geosci, vol. 128 n,1 pp 89-106.
L'apertura di questi bacini è stata accompagnata da un veloce retroscorrimento delle zone che si sono trovate a sud-est di questi bacini, prima la dorsale balearica, poi la Sardegna e la Corsica e finalmente l'arco Calabro – Peloritano. Secondo Wortel anche Creta sta subendo lo stesso fenomeno ed è dovuto alla rottura della crosta africana in subduzione: in pratica a quanto ho capito nel breve abstract a disposizione (il lavoro ovviamente non è stato ancora pubblicato essendo stato presentato all'assemblea della EGU) la crosta subdotta è oceanica e pesante e quindi va in giù, mentre quella che le era vicino ma continentale non riesce a scivolare. Quindi la arte di zola europea vicina al limite verrebbe in qualche odo risucchiata indietro. So di esser eun pò criptico ma non riesco a dirla meglio....

I terremoti di grandissima intensità nel Mediterraneo e nelle aree limitrofe che contrassegnano in genere le zone di scontro fra due zolle sono piuttosto rari. Negli ultimi 2000 anni si contano 3 eventi particolarmente forti: Creta nel 365 e nel 1303 e Lisbona nel 1755. Come per Lisbona, anche per i due terremoti cretesi è stata avanzata l'idea che siano dovuti a eventi di thrust. Solo che secondo la visione tradizionale questi thrust sarebbero immergenti verso nord, Wortel invece pensa che siano orientati verso sud e che stiamo assistendo ad una inversione del piano di subduzione nell'area mediterranea.

Oggi vediamo tra la Liguria, l'Appennino, la Sicilia e l'Atlante algerino e marocchino fino a Gibilterra la zolla adriatica e quella africana che scendono sotto quella euroasiatica. Wortel pensa che questa situazione sia un “relitto del passato” come il prisma accrezionale che si trova nel Golfo di Cadice e che attualmente stia cambiando il regime tettonico, con la incipiente subduzione dell'Europa sotto l'Africa.

Perchè succederebbe il tutto? Perchè fino a poco tempo fa della placca africana era coinvolta la parte settentrionale, fatta di pesante crosta oceanica. Adesso invece, tranne che lungo l'arco calabro, la situazione è opposta: nella zolla europea c'è crosta pesante (quella di tipo oceanico dei bacini recenti del Mediterraneo occidentale) e in quella africana la leggera crosta continentale.

In effetti, a pensarci bene, sarebbe una situazione un po' anomala: crosta continentale che va sotto quella oceanica.

Ricordo anche che secondo alcuni Autori anche alla base della catena alpina tra Lombardia e Veneto stia succedendo una inversione del genere,. Solo che lì la polarità dei nuovi movimenti sarebbe opposta a quella del nuovo regime del Mediterraneo: piani di subduzione diretti verso nord sotto la catena alpina.

Il pronostico di Wortel è che quindi dopo un periodo in cui la sismicità non è in grado di raggiungere intensità particolari, tranne poche eccezioni, sia destinata ad aumentare parecchio nel futuro, ovviamente geologico.
Però lo stesso Autore ed altri autorevoli commentatori fanno notare che se le cose stanno in questo modo un terremoto di thrust come quelli cretesi è possibile in una vasta fascia ed il problema più grosso è che essendo strutture molto giovani non è semplice vederli...

Un altro appunto: se Wortel avesse ragione, la polarità della subduzione nella zona del Mediterraneo Occodentale sarebbe cambiata due volte in 20 milioni di anni. Un record, probabilmente....

martedì 19 aprile 2011

Zone di subduzione accrezionali ed erosionali: i carotaggi marini a largo del Costa Rica

L'International Oceanic Drilling Project, ultimo per adesso erede del leggendario DSDP (Deep Sea Drilling Project) che tanto ha contribuito al riconoscimento dell'espansione dei fondi oceanici e quindi della Tettonica a Zolle crostali fa tappa a largo del Costa Rica per una crociera breve ma intensa della nave oceanografica Joides Resolution, il CRISP – Costa RIca Seismogenesis Project. È un progetto molto importante perchè ha lo scopo di aiutarci a capire i meccanismi sismogenetici nelle zone di subduzione erosionali.

Negli anni '70 entrò nella nomenclatura geologica il termine “prisma di accrezione”, con cui si identifica tutta quella serie di scaglie tettoniche che si accumulano tra la zona di subduzione e la crosta sotto la quale la placca oceanica subduce. Per lo più sono costituiti da materiali terrigeni provenienti dall'arco magmatico: ce ne sono tanti, sia per l'elevato livello di erosione che contraddistingue queste aree emerse e le aree marine prospicenti (dove abbondano canyons sottomarini) sia perchè nell'arco sono diffuse eruzioni vulcaniche di tipo esplosivo con la produzione di tufi.
Questi sedimenti si depositano in parte lungo la breve piattaforma continentale come depositi di “forearc” ma più spesso finiscono direttamente nella fossa oceanica che evidenzia sulla superficie terrestre l'inizio della subduzione.
Di queste scaglie però possono occasionalmente fare parte anche parti di crosta oceanica (le cosiddette “ofioliti”) e la loro copertura oceanica: questi materiali infatti anziché condividere con la placca in subduzione il destino di finire nel mantello ed esservi “digeriti” spesso rimangono al contatto fra le due placche. I prismi di accrezione, con le varie scaglie delimitaste da piani di faglia suborizzantali, sono le aree sorgenti dei più potenti terremoti di thrust come Alaska 1964, Sumatra 2004, Cile 1962 e 2010 o appunto il recentissimo terremoto di Sendai 2011.

Con queste basi teoriche immaginatevi la sorpresa quando, carotando nel 1979 e nel 1981 il margine continentale a largo del Nicaragua al posto del prisma composto da sedimenti di fondo oceanico accreti alla zolla continentale fu trovato, sotto a una serie di sedimenti di mare poco profondo, il basamento cristallino centroamericano.

A questa scoperta ne sono seguite altre analoghe in altre aree di collisione fra le zolle ed è venuto alla luce il concetto che non su tutti i margini convergenti di zolla si sviluppi un prisma di accrezione: ci sono anche i margini convergenti erosionali. La differenza fondamentale fra i due tipi sta nel limite fra le due zolle, quella di sopra e quella che le scorre sotto.

Come vediamo  nell'immagine qui accanto, in un margine accrezionale il taglio operato dalla subduzione è dentro la zolla inferiore, quindi alcune delle sue parti, segnatamente i sedimenti depositatisi nel tempo nella fossa oceanica, rimangono a contrasto fra le due zolle ed essendo sufficientemente plastici si deformano e in parte si accavallano su quella superiore.


I margini di questo tipo sono, diciamo così, quelli "classici", ma come abbiamo visto fu chiaro abbastanza velocemente che non tutte le zone di subduzione avevano queste caratteristiche.
Vediamo quindi un margine di subduzione di tipo erosivo: invece il taglio si imposta all'interno della zolla superiore tutti questi sedimenti e parte della zolla superiore scendono nella zona di subduzione. 



Nella figura qui sotto si vede come nell'anello di fuoco che circonda il'Oceano Pacifico ci sono sia margini accrezionali (in celeste) e margini erosivi (in rosso).


Il problema fondamentale è capire come si scatenano i grandi terremoti nelle zone di subduzione erosionali. Innanzitutto si verificano? Sicuramente sì, come vediamo nella stessa figura.

Però i materiali in gioco sono completamente diversi e quindi c'è da capire il meccanismo sismogenetico.

Nei margini accrezionali le zone dei “megathrust” sono fasce vicine al passaggio fra zone a scorrimento plastico e zone a scorrimento rigido. Si pensa che le inclusioni dei fluidi e la struttura dei minerali possano governare la posizione del limite duttile – fragile. I fluidi sono quelli contenuti nei sedimenti della fossa oceanica che stanno subducendo e che per il variare delle condizioni di temperatura e pressione spesso si trasformano in altri minerali con la possibile perdita di liquidi (anche la porosità diminuisce all'aumentare della pressione). I materiali possono arrivare a temperature e pressioni tali da modificare pesantemente la loro struttura cristallina, formando rocce metamorfiche. In genere le rocce metamorfiche originate da piani di subduzione mostrano assemblaggi di minerali tipici di alte pressioni ma temperature abbastanza basse.

Nelle zone di subduzione erosionali il prisma di accrezione non si può formare perchè il sovrascorrimento principale è nella zolla superiore e quindi i sedimenti provenienti dall'arco che si accumulano nella fossa sono trascinati molto in basso. È quindi evidente che la zona sismogenetica nei margini compressivi erosionali è fatta da rocce molto diverse dai giovani sedimenti marini che compongono i prismi nei margini erosionali. Fino ad oggi non era possibile con le tecniche disponibili carotare queste fasce sismogenetiche e quindi di capire che rocce ci siano in quella precisa parte del prisma, che facevano parte della crosta profonda della parte continentale della zolla caraibica.

Adesso finalmente c'è la possibilità di carotarli e nel corso del CRISP (di cui uno dei responsabili è la geologia fiorentina Paola Vannucchi, che ringrazio per la documentazione mandatami direttamente dalla nave) uno dei siti scelti corrisponde alla zona in cui si è scatenato un terremoto di Magnitudo 6.4 nel giugno 2002 (ho qualche incertezza nelle fonti sulla data esatta e sulla magnitudo).

Nella speranza quindi che si possa sapere un po' di più sui margini di convergenza erosionali.

mercoledì 13 aprile 2011

Ancora Eugenio Tabet su Fukushima: i rischi sono tuttora gravissimi

Notizie inquietanti provenienti da Fukushima, seppure di fonte giornalistica (Agenzia Kyodo news), stimolano a riprendere la serie dei commenti sull’evoluzione dello stato dei reattori a Daiichi e sulle possibile conseguenze del grande incidente dell’11 marzo.

1. EVOLUZIONE DELL'INCIDENTE. La stima (ricordata nelle nota di ieri) che assegna al rilascio da Fukushima un valore dell’ordine del 10% di quello di Chernobyl potrebbe non corrispondere al bilancio finale dell’evento, poichè si lascia intendere (dalla TEPCO) che quel bilancio potrebbe perfino eccedere quello del reattore sovietico. [E’ utile in proposito ricordare che l’inventario radioattivo iniziale complessivo  dei 3 reattori gravemente danneggiati di Fukushima è circa il doppio di quello dell’unità 4 di Chernobyl.] Questa ipotesi fa comprendere che l’integrità del contenimento dei 3 reattori di Daiichi è in uno stato precario e che non vi è alcuna certezza di poter riprendere in mano il completo controllo della situazione.

2. L’INVENTARIO RADIOATTIVO. Qui accanto riproponiamo il grafico che descrive l’andamento della potenza termica da smaltire, in funzione del tempo.
Il rapido calo iniziale di quella potenza è dovuto essenzialmente al veloce decadimento di molti nuclidi a breve vita media: lo stesso non avviene, sfortunatamente, per l’attività totale dei radionuclidi più importanti dal punto di vista radiologico (e anche da quello sanitario).
La figura qui inserita mostra l’andamento dell’attività di questi nuclidi in funzione del tempo

Come si vede, a un mese dallo spegnimento dell’impianto la riduzione è di circa un fattore 5, poco se paragonato a quello della potenza termica del decadimento, che è calata di quasi due ordini di grandezza. Ciò vuol dire che la dimensione di un eventuale rilascio tardivo, di tipo catastrofico, non sarebbe così drasticamente ridimensionata dall’intervallo temporale che ci separa dall’incidente.

E’ molto significativo, a tale proposito, che la US Nuclear Regulatory Commission abbia mantenuto la raccomandazione del 16 marzo, per i cittadini USA in Giappone, con l’invito a rimanere ad oltre 80 km dal sito nucleare (ricordo che proprio questa raccomandazione fece capire a Eugenio Tabet e ad altre persone particolarmente ferrate in materia che le cose erano un pò peggiori di quello che veniva dichiarato ai media, ndr).

Tutto ciò che precede, occorre ripeterlo, indica che molti degli elementi utili per una comprensione adeguata dello stato degli impianti non sono ancora in possesso dell’esercente e delle autorità di controllo. 
Ciò accade per una serie di ragioni probabilmente legate
- da un lato, alla difficoltà di ispezioni in loco a causa dello stato disastroso dei reattori e degli elevati livelli di radiazione in prossimità delle zone critiche
- dall’altro al fatto che almeno parte della strumentazione è stata messa fuori uso dagli stessi eventi che hanno portato alla fusione di parti significative del combustibile. 

La medesima incertezza, sfortunatamente, contraddistingue la conoscenza dello stato della piscina del combustibile (reattore n. 4), capace anch’essa di dare luogo a rilasci veramente cospicui

Nessuna delle Agenzie deputate ad espimersi sulla sicurezza di Fukushima (la NISA e l’IAEA in particolare) ha, al momento, delineato uno scenario capace di descrivere lo sviluppo futuro degli eventi.

L’autore di queste note non può fare altro che citare le parole finali del Conte di Montecristo (A. Dumas): “Aspettare e sperare”.

martedì 12 aprile 2011

Fukushima: l'incidente è a livello 7 come Eugenio Tabet aveva previsto. Alcune precisazioni sul significato di livello 7 INES


Oggi è arrivata la notizia tanto temuta: l'incidente di  Fukushima alla fine è stato classificato al livello 7 della scala INES.
già mercoledì scorso in "quanto è stato grave l'incidente di Fukushima" Eugenio Tabet aveva previsto che sarebbe andata a finire così:

Per comodità del lettore, si ricorda che il rilascio di Chernobyl è quantificabile nei termini seguenti (in percentuale dell’inventario del nocciolo, con un intervallo che riflette l’incertezza della stima): 100% dei gas nobili, 50-60% dello Iodio, 20-40% del Cesio, 4-6% dello Stronzio e così via fino  ad arrivare al 3.5% del Plutonio e di altri transuranici.
Ovviamente, se si fanno i calcoli, il rilascio è di livello 7 (il più alto) nella scala INES dell’IAEA
Eugenio Tabet quindi mi ha scritto una breve nota: 
Oggi l'Agenzia giapponese per la sicurezza nucleare ed industriale (NISA) ha deciso di alzare a 7 il livello INES di Fukushima, stimando che (ad oggi) la quantità totale di materiale radioattivo rilasciato in atmosfera sia circa 1/10
di quella di Chernobyl. E' sconcertante che tale conclusione sia stata così tardiva.
Ciò che ora manca è una mappatura sistematica dei livelli di contaminazione a distanze via via crescenti dall'impianto.

quindi siamo sì a livello 7, però è bene precisare, come sottolinea il nostro esperto, che questo non vuole dire che l'incidente, in termini assoluti, sia grave come quello di Chernobyl. Infatti nel prosieguo del post di una settimana fa Eugenio scrive:
Occorre però rammentare, per meglio apprezzare le considerazioni che seguiranno, che la scala INES è una scala di intervalli per ordini di grandezza, costruiti valutando i valori dei rilasci espressi in termini di iodio equivalente: in altri termini si sommano tutti i nuclidi dispersi nell’ambiente assegnando a ciascuno un peso dato dal rapporto tra il proprio fattore di dose e quello dello iodio, per pervenire così ad una stima bilanciata ed espressiva del rilascio. Chernobyl, situato al livello 7, è comprensibilmente molto più in alto del limite inferiore dell’intervallo al quale appartiene, che accomoda sia i rilasci molto gravi che quelli catastrofici.

 


lunedì 11 aprile 2011

Contibuto finale di Eugenio Tabet: c'è qualcosa da imparare da Fukushima?


A meno di accadimenti imprevisti, con questo post finisce il ciclo che Eugenio Tabet ha scritto per Atomic Cafè e per Scienzeedintorni. Lo ringrazio tantissimo per la disponibilità e per le notizie che ha scritto con dovizia di particolari e chiarezza. In questo ultimo post ci sono importanti riflessioni sul nucleare in Italia ed in Europa. Personalmente io trovo il nucleare italiano insensato soprattutto da un punto di vista economico e solo secondariamente  da quello ambientale. La tragedia di Fukushima comunque è servita a prendere coscienza meglio del problema anche in Italia, dove comunque continua una campagna di disinformazione ad opera della lobby nucleare.

E’ naturale che gli eventi giapponesi abbiano catalizzato un ragionamento sulle nostre eventuali prospettive nucleari, e, in particolare, sulla localizzazione dei nuovi reattori e sulle garanzie di sicurezza che l’esercente e l’Autorità di controllo potranno offrire ai cittadini del nostro Paese.
La complessità dei problemi è nota a tutti: qui mi limito ad esporre alcuni argomenti sul tema della sicurezza degli impianti e sulla gestibilità, in condizione di incidente, di un insediamento nucleare nel territorio italiano (altri, quali ad esempio quelli di natura economica, esulano dalle mie competenze). Per brevità schematizzerò gli argomenti per punti:

1. E’ possibile un grave incidente (che può perfino trasformarsi in un evento catastrofico) in un reattore nucleare di concezione e fabbricazione occidentale? A questa domanda, a ridosso di Chernobyl si rispondeva in modo negativo, argomentando con l’evidente superiorità dei reattori fabbricati in occidente, in particolare per quanto riguarda i sistemi di contenimento.
Ma già in un Rapporto del Laboratorio di Fisica dell’Istituto Superiore di Sanità (Annali ISS, 23, 2, 1987), pubblicato all’indomani di Chernobyl, si metteva in evidenza, al contrario, che (testuale) “la concezione stessa dei reattori dell’attuale generazione porta all’impossibilità di escludere l’accadimento di incidenti ai quali sia associabile la liberazione nell’ambiente di elevate quantità di elementi radioattivi”. Oggi sappiamo che quelle previsioni erano fondate.

La nuova generazione di centrali, basate su reattori di tipo “evolutivo” (nel nostro Paese dovremmo installare unità EPR da circa 1600 MWe) ha senza dubbio progredito sul terreno della sicurezza, in particolare per i sistemi di emergenza, il contenimento del combustibile, la protezione contro la caduta di un aereo ed altri aspetti ancora. Tuttavia, la possibilità di un grave incidente che, a seguito della fusione del combustibile nucleare, porti all’esterno dell’impianto una frazione ragguardevole dell’inventario radioativo non può ancora essere esclusa, anche se se ne è ridotta la probabilità. Per i lettori con passione per gli aspetti più tecnici segnalo il sito della US Nuclear Regulatory Commission (NRC), http://www.nrc.gov/, all’interno del quale, con una certa pazienza, è reperibile una revisione critica dell’analisi di sicurezza dei reattori EPR.

2. Se un incidente grave dovesse avvenire in un paese con la densità demografica e l’uso intensivo del territorio quale è il nostro, le sue conseguenze, molto probabilmente, non sarebbero fronteggiabili. A mò di esempio, se per puro esercizio mentale si sposta l’incidente di Fukushima (così come si presenta oggi e provocato, semmai, da una diversa causa iniziale, s’intende) sul sito di Caorso (Piacenza), sede di una centrale BWR ormai dismessa, lo scenario che si presenterebbe sarebbe il seguente, seguendo il copione giapponese:

  1. l’evacuazione di Piacenza e Cremona, oltre che di altre località importanti;
  2. la sottrazione dall’uso agricolo (a causa della contaminazione del terreno, e per un tempo non inferiore a molti mesi) di una porzione di territorio non facilmente stimabile a priori ma verosimilmente valutabile almeno sulla scala del centinaio di km quadrati (si rammenti di quale zona agricola stiamo parlando).

[Per brevità si omettono altri aspetti essenziali dello scenario, quali le conseguenze sanitarie dell’esposizione di decine di migliaia di persone alle radiazioni: la valutazione della portata di ciò può effettuarsi con una serie di ipotesi sulla tempestività della dichiarazione di incidente, dell’evacuazione e del riparo al chiuso, della iodioprofilassi etc., e mediante una conoscenza realistica delle condizioni di diffusione atmosferica al momento del rilascio.] Anche strutture statali più solide delle nostre non reggerebbero all’urto di un evento di questa portata.

3. Sull’affidabilità delle istituzioni chiamate in Italia a garantire la più inflessibile obbedienza ai migliori standard di sicurezza nucleare è lecito nutrire i più gravi dubbi. Tra tutti, basterà ricordare che solo due dei membri dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, di recentissima istituzione, sono esperti nel campo ove sono chiamati ad operare, essendo gli altri di tutt’altra esperienza. Più in generale, diversi episodi recenti, all’attenzione di tutti, hanno fornito una radiografia non incoraggiante delle capacità di intervento dello Stato in condizioni di emergenza.


4. Tra i diversi argomenti portati a favore dell’opzione nucleare ve ne è uno che non merita diritto di cittadinanza in una discussione basata su argomenti tecnici seri: si tratta dell’argomento secondo il quale, trovandosi in Francia, Svizzera e Slovenia impianti nucleari in esercizio, i cittadini italiani sono comunque soggetti agli eventuali rischi dovuti alle centrali nucleari, senza goderne i benefici, esprimibili in termini economici, di maggiore indipendenza energetica etc. Ora, i reattori esteri più vicini alle nostre frontiere distano dai nostri capoluoghi di provincia ben oltre 100 km: si tratta di una distanza capace di assicurare un cospicua riduzione della contaminazione in aria e al suolo, tale da cambiare radicalmente le conseguenze dell’incidente a paragone di quelle da sopportare entro le prime decine di km dalla centrale. In questo contesto può essere interessante rammentare che il 16 marzo la NRC raccomandò ai propri concittadini residenti in Giappone di allontanarsi da Fukushima per almeno 80 km, basando questa raccomandazione sul calcolo della dose risultante da un gravissimo rilascio che la NRC aveva prudentemente ipotizzato, nell’incertezza allora prevalente sul corso degli eventi.

5. Lo standard delle centrali nucleari attuali, anche di terza generazione, basate su impianti di grande taglia, non permette di garantire che il peggiore rilascio sia contenuto entro limiti modesti ed accettabili. Per ottenere ciò occorrerebbe pensare a reattori di piccola taglia concepiti in modo radicalmente nuovo e basati su sistemi a sicurezza intrinseca. Di tali progetti ve ne sono stati diversi nel passato (anche di concezione italiana), ma l’ economia di scala che ha contrassegnato la fase commerciale dell’impresa nucleare li ha confinati in una posizione del tutto marginale. Non è nelle mie competenze valutare la possibilità che si determini un radicale mutamento di tendenza, negli anni avvenire, nella progettazione e nella costruzione delle centrali nucleari: il trend attuale mi pare che non presenti, tuttavia, soluzioni di continuità rispetto al passato.

Sul tema dell’attuale dibattito sul futuro energetico vorrei concludere con una citazione in versi:

Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti.”



venerdì 8 aprile 2011

Alcune possibili criticità nella situazione di Fukushima - di Eugenio Tabet

In questo post Eugenio Tabet ci parla di alcuni problemi per i quali la situazione a Fukushima potrebbe complicarsi. La cosa curiosa è che non mi sembra che di queso parlino i giornali...

La nota di oggi avrebbe dovuto essere l’ultima di una serie, iniziata alla fine di marzo. La nota era destinata ad una prima riflessione su ciò che possiamo imparare in Italia dall’esperienza del grande incidente in Giappone. La situazione dei 4 reattori a Daiichi era, infatti, definita come sempre “molto grave” (citazione letterale dagli ultimi bollettini IAEA) ma ormai stabilizzata e destinata a vedere, nei prossimi mesi ed anni, una serie molto lunga di azioni degli operatori dell’impianto.

[L’obiettivo di tali azioni è il recupero del controllo della situazione all’interno del contenimento primario, attraverso il ripristino di una normale circolazione dell’acqua di raffreddamento ed una ricognizione accurata dei danni alle strutture, alla strumentazione ed, in primis, al combustibile.]
Si era anche accennato al fatto che, a Fuksuhima, vi era stata, a differenza di Chernobyl, una buona tenuta di alcune delle strutture dedicate ad  isolare il materiale radioattivo dalla biosfera e questa circostanza (assieme ad altre) portava a considerare come realistico un rapporto tra Fukushima e Chernobyl pari a circa 1/10 per  ciò che riguarda l’ammontare del rilascio.

Notizie di stampa di fonte americana danno ora notizia di un rapporto della USNRC - la United States Nuclear Regulation Commission che genererebbe molte incertezze sul percorso prima delineato. Purtroppo questo rapporto non è disponibile on-line, e quindi un’analisi critica degli argomenti qui di seguito riportati non è, per il momento, possibile.

Qui di seguito gli argomenti salienti che formerebbero l’ossatura del rapporto dell’NRC:

  1. l’effetto combinato  dell’estesa fusione del combustibile e della formazione  di depositi salini, come conseguenza della refrigerazione con acqua di mare, fanno sì che, verosimilmente, la circolazione dell’acqua di raffreddamento nel nocciolo sia impedita (unità1) o gravemente limitata (unità 2 e 3);
  2. è tuttora presente il rischio di ulteriori esplosioni dovute all’idrogeno generato dal contatto dell’acqua marina con le incamiciature del combustibile: la recentissima azione, degli operatori della centrale, di iniettare nel contenimento primario azoto, per inertizzarne l’atmosfera, testimonia di questo rischio;
  3. il sovraccarico di peso su vessel e struttura di protezione, associato alle tonnellate di acqua che vi sono state introdotte per sopperire all’arresto della regolare circolazione di routine e  di quella di emergenza, può provocare danni in una misura difficilmente quantificabile, in strutture già fortemente sollecitate dal terremoto dell’11 marzo;
  4. il rapporto raccomanda alle autorità di controllo di proseguire con l’aggiunta di Boro all’acqua di raffreddamento. Il Boro è un efficace assorbitore di neutroni e l’azione è mirata a prevenire ritorni di criticità, fenomeno al quale si era dedicato spazio in una precedente nota.

Ciascuno di questi elementi è potenzialmente capace di provocare seri danni all’integrità del contenimento primario e, se ciò dovesse avvenire, la scala delle conseguenze dell’evento di Fukushima  subirebbe un deciso peggioramento.

Questi aspetti rivestono, secondo l’opinione di che scrive, un significato assai più inquietante di altri avvenimenti dall’aspetto indubbiamente sconcertante, quali ad esempio lo scarico in mare di migliaia di tonnellate di acqua debolmente contaminata, proveniente dall’impianto di trattamento dei rifiuti e da altre strutture, per disporre di volumi per lo stoccaggio di acqua ad elevata contaminazione.

mercoledì 6 aprile 2011

Quanto è stato grave l’incidente di Fukushima?

In questo post Eugenio Tabet ci dà delle stime sulla gravità dell'incidente di Fukushima anche in rapporto a quello di Chernobyl

Sul numero del 29 marzo di Nature [471, 555-556(2011)] si accenna a “stime iniziali” per l’evento di Fukushima che darebbero il rilascio totale di materiale radioattivo a 1/10 di quello di Chernobyl, ma non vi è traccia dei fondamenti di quelle stime.

Abbiamo effettuato un calcolo del tutto preliminare sulla base delle considerazioni seguenti:
  • le fonti ufficiali (IAEA in primis) danno un grave danneggiamento del combustibile delle tre unità di Fukushima per una frazione non inferiore al 50%
  • contrariamente a Chernobyl vi è stata una buona tenuta di alcune delle strutture di contenimento;
  • l’autorità di controllo giapponese ha evacuato la zona attorno all’impianto per un raggio di 20 km, aggiungendovi altri 10 km “facoltativi”;
  • il colossale fuoco avvenuto nell’impianto di Chernobyl (provocato dall’incendio della grafite-moderatore del reattore-) e la spinta termica verso l’alto del pennacchio radioattivo qui non hanno avuto luogo, mentre una certa prevalenza dei venti in direzione N-E sembra abbia contribuito alla dispersione sull’oceano del materiale rilasciato. Tuttavia siamo ancora ben lontani da una mappatura puntuale della contaminazione al suolo, dalla quale risalire in qualche modo al rilascio.

Per comodità del lettore, si ricorda che il rilascio di Chernobyl è quantificabile nei termini seguenti (in percentuale dell’inventario del nocciolo, con un intervallo che riflette l’incertezza della stima): 100% dei gas nobili, 50-60% dello Iodio, 20-40% del Cesio, 4-6% dello Stronzio e così via fino  ad arrivare al 3.5% del Plutonio e di altri transuranici.

Ovviamente, se si fanno i calcoli, il rilascio è di livello 7 (il più alto) nella scala INES dell’IAEA. Occorre però rammentare, per meglio apprezzare le considerazioni che seguiranno, che la scala INES è una scala di intervalli per ordini di grandezza, costruiti valutando i valori dei rilasci espressi in termini di iodio equivalente: in altri termini si sommano tutti i nuclidi dispersi nell’ambiente assegnando a ciascuno un peso dato dal rapporto tra il proprio fattore di dose e quello dello iodio, per pervenire così ad una stima bilanciata ed espressiva del rilascio. Chernobyl, situato al livello 7, è comprensibilmente molto più in alto del limite inferiore dell’intervallo al quale appartiene, che accomoda sia i rilasci molto gravi che quelli catastrofici.

Qui, per Fukushima, si sono assunte le seguenti ipotesi:

tranne i gas nobili, ai quali si assegna ancora la frazione di rilascio1, si suppone che sia stato rilasciato, complessivamente dai 3 reattori danneggiati, il 5% dello iodio, il 2% del Cesio fino al 0,03% dei transuranici.
Il calcolo mostra che l’incidente raggiungerebbe anch’esso il livello 7 della scala INES, anche se va ricordata la precisazione fatta poc’anzi.

Se si calcolano le dosi corrispondenti a queste frazioni di rilascio, in una situazione metereologica media, è interessante osservare che a fino a 20-30 km si superano i valori raccomandati internazionalmente per l’evacuazione della popolazione, scendendo poi, al crescere della distanza, a valori al di sotto dei 10 mSv (le dosi sono da inalazione + irraggiamento dalla nube + irraggiamento dal suolo per un’esposizione di 4 giorni).

Quando si avranno dati coerenti sulla contaminazione delle aree attorno a Fukushima sarà istruttivo confrontarli con le previsioni di questo calcolo (del quale si ribadisce il carattere preliminare) che, ad esempio, assegnano  alla contaminazione da Cesio-137 valori attorno a 80 kBq/m 2 a distanze attorno ai 40 km dal sito nucleare.

In assenza di una mappatura accurata della contaminazione (della quale, da tempo, si dispone per Chernobyl, circostanza questa che permise di stabilire una correlazione certa tra assunzione di iodio e tumori alla tiroide), è oggi impossibile fare una stima anche solo qualitativa delle conseguenze sanitarie dell’incidente. Se, da una parte, deve destare preoccupazione l’alta densità della popolazione, dall’altra è essenziale disporre di dati sulla effettiva dispersione del materiale radioattivo dovuta alla diffusione in atmosfera.

In ogni caso le settimane dello Iodio volgono al termine e, come l’esperienza ucraina ci ha insegnato, inizia la difficile  e lunga stagione del Cesio, con il carico economico e sociale (oltre che sanitario) che esso comporta.

Il caso De Mattei: la petizione per chiederne le dimissioni dal CNR e alcune considerazioni sulle sue ultime uscite

Allora, ora siamo alla petizione per chiedere le dimissioni di De Mattei dalla vicepresidenza del CNR. La pubblicano gli amici di dimissionidemattei. Questo è il link. Ovviamente invito tutti a firmare e a diffondere l'iniziativa.

Continuo a pensare che la prestazione sui terremoti a Radio Maria non sia stata la peggiore impresa del soggetto, dato che alla fin fine parlava di religione e non di scienza, ma la situazione è quella che è. 

Ci sono però degli sviluppi. In particolare è interessante questa intervista del Nostro al Corriere della Sera, in cui si comincia al solito con la questione del relativismo etico “denunciato anche da Benedetto XVI”.

Evidentemente l'acculturatissimo vicepresidente del nostro massimo ente di ricerca scientifica non ha capito una cosa fondamentale: su questioni che investono la sfera morale come aborto, pena di morte, eutanasia, adulterio etc etc ci possono essere opinioni diverse e queste opinioni possono anche cambiare nel corso della storia umana (mi risulta che anche i Papi nella veste di capi di stato abbiano condannato a morte delle persone, cosa che oggi Benedetto XVI non si sognerebbe nemmeno di pensare, probabilmente). Come anche la filosofia, alla fine, spesso è fatta di discorsi più o meno loogici.

Ma la Scienza è un'altra cosa, da quando è stato stabilito il primato delle osservazioni sulle idee, anche se l'illustre letterato, come la maggior parte dei letterati italiani, la considera una cultura minore.

Cioè, la scienza non è in se stessa morale o immorale (anche se su certe ricerche in campo biologico la morale - o, meglio, l'etica - ci entra eccome). Ma non vedo cosa c'entri la morale con chimica, fisica, scienze della Terra e con tutti i fenomeni osservati e osservabili. Come non si capisce cosa ci debba entrare in proposito Dio. 
Eticamente potrebbe essere deplorevole che il leone maschio, una volta conquistato un branco di leonesse, uccida tutti i piccoli. Però succede normalmente. La Scienza in questo caso si limita ad osservare il fenomeno e a darne una spiegazione: le femmine smettendo di allattare sono subito pronte a nuove procreazioni, questa volta con il nuovo maschio. 

Questa evoluzione nel comportamento dei leoni maschi potrebbe quindi essere considerata eticamente aberrante, come ha detto Sermonti nell'ormai leggendario convegno del 2009 nella sua comunicazione "l'evoluzionismo, una ipotesi eticamente aberrante" non è fare Scienza. Oddio, secondo qualcuno potrebbe anche esserlo... il fatto è che il fenomeno, piaccia o non piaccia a De Mattei, Fratus, Bertolini e compagnia, è accertato.E quindi che sia "morale" (in che senso????) o no non aggiunge niente alla ricerca e allo studio della questione.

Ricordo alcune delle idee espresse in quel convegno, di cui ho parlato qui, delle vere e proprie perle:

- Evoluzionismo: un'ipotesi eticamente aberrante
- Dalla scienza un secco rifiuto all'evoluzionismo
- La termodinamica contraddice l'evoluzione
- Il tempo richiesto dalla sedimentazione contraddice l'ipotesi evoluzionista
- Ma dove sono quei milioni di anni
- Dinosauri: molto più "moderni" di quanto si creda...
- Le datazioni radiometriche non sono affidabili

Secondo me queste idee (termine forse un pò ottimistico per definirle...) sarebbero bastate per schiantarlo fuori dal CNR. Invece gli hanno dato soldi pubblici per pubblicarne gli atti...
In confronto la storia del castigo di Dio è un particolare insignificante...

De Mattei poi sempre sul Corriere insiste con la questione che “l'evoluzionismo è indimostrabile sul piano sperimentale: di fatto è un mito che si sta sgretolando. Sono sempre più numerosi gli scienziati che lo rigettano, come quelli che ho riunito a Roma due anni fa”.
Oddio, definire “scienziati” almeno alcuni elementi di quel manipolo di personaggi che hanno partecipato a quel convegno. è un po' dura. . . Ma soprattutto è fantastico sapere da lui che il fronte evoluzionistico si stia sgretolando... il problema è che se lo dice a Radio Maria gli ascoltatori gli credono...
Anche in questo si vede la disonestà intellettuale del personaggio che mente sapendo di mentire ad un uditorio che prende per oro colato qualsiasi cosa esca dalla bocca di chi parla a quei microfoni.

Il fatto è che De Mattei è una trottola in movimento: oggi parla di evoluzione (oddio.. parla... termine un po' eccessivo...), poi del concilio Vaticano II, (di cui non mi pare sia un fervente sostenitore), delle catastrofi naturali tirando fuori un vescovo di 100 anni fa senza specificarlo, è sempre in giro per convegni...
E nell'intervista al Corriere prosegue attaccando il Cardinale Gianfranco Ravasi: ovviamente Scienzeedintorni non è un blog che parla di teologia, né il sottoscritto potrebbe essere qualificato a parlarne (potrei comunque invitare un teologo a farlo, ma, dati gli argomenti che tratto, soltanto in riferimento al caso De Mattei). 

A questa segue l'ultima - per adesso – uscita (sempre a Radio Maria) sui barbari che avrebbero distrutto l'impero romano come punizione di Dio per la diffusione dell'omosessualità, riscoprendo un autore cristiano del basso medioevo del cui oblio nessuno fino ad oggi si era preoccupato. 

Con tutto il chiasso che ha creato l'esternazione sui terremoti, il proseguire su questa strada dimostra che non sono attività casuali, ma che ci sia dietro un progetto, degno della setta, i “Legionari di Cristo” a cui appartiene. Pertanto l'antievoluzionismo dematteiano potrebbe essere funzionale, insieme a tutti gli altri interventi, a qualcosa di grosso che cova sotto la cenere come una lotta fra alcuni settori della Chiesa e che quindi sia semplicemente usato come scusa per colpire il Cardinale Ravasi, che sicuramente non appartiene allo schieramento oltranzista della destra religiosa, con la scusa del suo posizionamento fra gli evoluzionisti. 

Dispiace fortemente che il CNR sia purtroppo coinvolto in una disputa interna alla Chiesa Cattolica o, ancora peggio, ad una offensiva di alcuni settori oltranzisti all'interno della stessa.

martedì 5 aprile 2011

Terzo appuntamento su Fukushima di Eugenio Tabet: la salute degli addetti e una ipotesi per capire cosa sia successo

Un aspetto molto importante del problema è la questione delle dosi di radioattività che sono state ricevute dai lavoratori dell’impianto. La TEPCO, esercente dell’impianto, ha finalmente diffuso i dati sull’esposizione dei lavoratori che dall’11 marzo sono impegnati nel tentativo di riportare sotto controllo i reattori di Fukushima. 21 tecnici hanno ricevuto una dose tra 100 e 250 mSv, nessuno ha superato la soglia di 250 mSv stabilita per gli interventi di emergenza. Per avere un termine di raffronto, si ricordi che qualche decina di mSv è il limite inferiore della dose stabilita per l’evacuazione della popolazione.

Proseguono le operazioni per il controllo della temperatura e della pressione del contenimento primario, anche con l’ausilio della US Navy. Sono state sparse sulla piscina di stoccaggio del combustibile esaurito dei reattori dell’impianto migliaia di litri di una sostanza che dovrebbe prevenire la dispersione in atmosfera di particelle rilasciate dal combustibile, evidentemente seriamente danneggiato

LA CONTAMINAZIONE AMBIENTALE. Il dato forse più serio riguarda la contaminazione delle acque di falda nella zona sottostante l’impianto: i valori misurati corrispondono a 430 kBq/l per lo Iodio 131, ovviamente di vari ordini di grandezza oltre il livello di riferimento. Per il resto, le misure sono ancora piuttosto erratiche, e, fatta eccezione per l’elevata contaminazione delle acque marine prospicienti l’impianto, dovuta allo sversamento diretto in mare di acqua di raffreddamento dell’unità 2 (causato da una perdita ora individuata), non vi sono dati di particolare significato.

In quattro prefetture situate nell’area attorno all’impianto sono ancora in vigore provvedimenti di blocco del consumo di vegetali. Non sembrano esservi problemi nel consumo di latte, poiché la stagione non avanzata fa sì che il nutrimento delle mandrie avvenga con foraggio insilato, non soggetto alla deposizione di contaminazione dai rilasci di Fukushima.

UNA IPOTESI SU COSA SIA SUCCESSO. E’ stato ipotizzato dal fisico F. Dalnoki-Veress (ringrazio Barbara Caccia dell’ISS per avermi segnalato il lavoro) che siano avvenute, per 3 giorni a partire dal 13 marzo, escursioni di criticità, vale a dire vere e propri inneschi della reazione a catena, associate alla refrigerazione dell’unità 1 con acqua di mare.

L’idea è la seguente: l’11 marzo in tutti i reattori di Fukushima la reazione a catena è stata spenta mediante l’inserimento programmato delle barre di controllo. La perdita successiva dell’acqua di refrigerazione, dovuta all’interruzione della pompe per la ricircolazione di emergenza ed all’evaporazione a causa della salita in temperatura ha, comunque, privato i reattori del moderatore (l’acqua, appunto), indispensabile perché si possa sostenere la reazione nucleare a catena. Quando si è deciso di tentare il raffreddamento del nocciolo con acqua di mare, per evitare il surriscaldamento del combustibile, si sarebbero ricreate (nel combustibile danneggiato) le condizioni per avere di nuovo, localmente, configurazioni critiche (acqua + uranio) capaci di dare luogo a transienti nucleari che si spegnevano per perdita di geometria e/o per la perdita dell’acqua dovuta al calore prodotto nella reazione a catena, salvo riaccendersi sucessivamente dando luogo ad una sequenza analoga. Su cosa basa Dalnoki-Veress questa ipotesi? Su due elementi (che, tuttavia, non sono riuscito a verificare): 
(a) la TEPCO ha affermato di avere misurato una consistente emissione di neutroni in direzione sud-ovest dai reattori 1 e 2 per 3 giorni dal 13 marzo; (
b) la TEPCO ha fornito i dati di contaminazione dell’acqua marina che è stata fatta ricircolare per la regrigerazione dell’unità 1. 
I valori del Cloro-38, (un isotopo del Cloro a breve tempo di dimezzamento, che si ottiene per cattura neutronica da parte del Cloro-37 stabile, abbondantemente presente nell’acqua marina), sono molto alti, e ci si chiede che cosa abbia dato luogo ad un flusso di neutroni talmente elevato da giustificarli. D-V argomenta che l’altra possibile sorgente di neutroni (la fissione spontanea di elementi transuranici) è largamente insufficiente per rendere conto del Cloro-38 misurato e che quindi, verosimilmente, solo neutroni prodotti dal reinnesco su larga scala di processi di fissione potrebbero giustificare i valori misurati.

Rimane difficile capire come, nel reattore di Fukushima, si siano create queste zone di escursione critica in presenza delle barre di controllo (almeno così si suppone, se non sono state espulse per il danneggiamento del nocciolo), ma l’ipotesi merita di essere segnalata per il suo interesse intrinseco. Un errore di misura nella valutazione dell’attività del Cloro-38, che decade con un beta in Argon-38 (stabile) è un’altra possibilità.

UN PRECURSORE NATURALE DI QUESTO EVENTO 2 MILIARDI DI ANNI FA

Va ricordato che, in altre condizioni, un fenomeno di oscillazioni periodiche di criticità è avvenuto naturalmente due miliardi di anni fa, ad Oklo (Gabon), quando un deposito di uranio fu inondato da acqua sotterranea e si crearono le condizioni per una reazione a catena “oscillante”, un reattore naturale durato centinaia di migliaia di anni

Allora (cosa fondamentale) l’uranio era arricchito nell’isotopo fissile 235 a valori simili a quelli degli attuali reattori ad acqua leggera (attorno al 3%), mentre oggi l’Uranio-235 (al quale si deve la reazione a catena) è presente solo per lo 0.7% nell’uranio naturale, a causa del suo tempo di dimezzamento, lunghissimo ma di oltre sei volte più breve di quello dell’isotopo 238 (abbondanza oltre il 99%) oggi dominante. Per ottenere con l’attuale composizione dell’Uranio una ripetizione spontanea del reattore di Oklo occorrerebbe che l’acqua sotterranea fosse D2O.

Nella prossima nota (l’ultima della serie, se non vi saranno, come si spera, fatti nuovi eclatanti), si tenterà di fare un’ipotesi sull’entità complessiva del rilascio dai 4 reattori di Fukushima-Daiichi e si esporrà un ragionamento sul siting in Italia di impianti nucleari.

lunedì 4 aprile 2011

Un altro aggiornamento di Eugenio Tabet su Fukushima

Sono stato molto impegnato in questi giorni e quindi pubblico un pò in ritardo il secondo intervento di Eugenio Tabet per chi non legge la pagina del caffèscienza di Firenze  "atomic-cafè". Ci sono al solito degli spunti molto interessanti e soprattutto di cui non si sente parlare molto nei giornali.

A favore dei tecnici che si adoperano per riprendere il controllo dell’impianto gioca la circostanza seguente: una volta spento il reattore, mano a mano che passa il tempo, come si vede dalla figura, il calore generato ogni secondo dentro il combustibile dal decadimento dei prodotti della fissione nucleare diminuisce sensibilmente. Ovviamente questa differenza è massima nei prini giorni, poi si attutisce sempre di più. Si passa dal 7% del valore della potenza termica del reattore al momento dello spegnimento a un pò meno del 2 per mille dopo 15 giorni e a poco più dell’un per mille dopo trenta. Poi,  però,  il calo è sempre più lento (vedremo in un’altra occasione le ragioni di ciò), così che dopo un anno il calore di decadimento generato in un secondo da un reattore di taglia standard è ancora pari alla notevole potenza di quasi 700 kW. In altri termini, il calore che occorre asportare per impedire la fusione degli elementi di combustibile, con le conseguenze di cui si è parlato in altra occasione, diminuisce con il tempo e questo può rendere meno difficile l’azione delle squadre di intervento. Ciò, però, vuole anche dire che la sorveglianza dell’impianto non può essere interrotta neanche dopo tempi lunghi.

Diminuiscono i valori della temperatura all’interno del contenimento primario del reattore n. 1, ma crescono quelli relativi al n. 2. L’acqua di refrigerazione viene immessa in tutti i reattori (attraverso diverse vie) o mediante pompe temporanee alimentate da diesel o sistemi elettrici provvisori. Per avere un’idea di che cosa si tratti, si rammenta che le portate in gioco sono attorno a 7-8 m3/h.

Le misure radiometriche mantengono lo stesso carattere di non sistematicità e incerta significatività che ha caratterizzato l’intero arco di tempo a partire dall’innesco dell’incidente. 

Tuttavia vi sono dati che mettono in evidenza che:
a. la contaminazione al suolo è spazialmente molto disomogenea (cosa non sorprendente)
b. vi sono delle “macchie” dove si raggiungono valori piuttosto alti, quali un picco,per la deposizione integrata, di 25 MBq/m2 di Iodio 131 (1 MBq è pari ad un milione di Bq) e di 3.7 MBq/m2 di Cesio 137 (il rapporto Iodio-Cesio potrebbe indicare che i rilasci provengono dal nocciolo dei reattori piuttosto che dagli elementi di combustibile immagazzinati nella piscina del reattore n.4).

E’ plausibile che i valori di picco siano associabili a precipitazioni locali, capaci di trascinare al suolo materiale radioattivo (anche in Italia ai tempi di Chernobyl proprio a causa di piogge intense e circoscritte, in alcuni luoghi si sono registrati valori sopra la media della radioattività, NdR)
Non è agevole, per usare un eufemismo, disporre di dati sull’esposizione dei lavoratori impegnati nel tentativo di riportare l’impianto sotto controllo. Eppure solo un’informazione puntuale permetterebbe di fugare il sospetto che si possa ripetere il dramma dei vigili del fuoco e dei primi liquidatori sovietici di Chernobyl. Non bisogna tuttavia illudersi che i margini nell’ intervento siano diversi da quelli che, in realtà, sono.